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20150131 171649 2Il piccolo Mulino Colombo, incastonato nel cuore di Monza, è già da solo un pezzo di storia, ma fino al 24 maggio ne racconta una più grande: nella mostra "1915-18: Brianza al fronte" sono esposti documenti e oggetti di quella che l'ultimo libro di Aldo Cazzullo chiama "La guerra dei nostri nonni".
Dai racconti e dalle immagini dei nonni, molti anche monzesi, raccolti con tenacia e passione dalle volontarie del Museo Etnologico di Monza e della Brianza, riprendono vita e colore piccoli e grandi momenti di quegli anni tormentati.

Alle pareti del suggestivo Mulino sono appesi i diplomi della crocerossina monzese Antonietta Bollani che, fresca di corso per allieve infermiere, percorse l'Italia in lungo e in largo a bordo dei treni-ospedale.
Osservando il suo quaderno, fittamente annotato a matita, sembra quasi di vederla, mentre, nelle lunghe notti insonni dell'ottobre 1915, scriveva: "Il lavoro che ho è immenso: tutti mi domandano...uno chiama continuamente MAMMA, un altro vuole un sollievo, uno un aiuto, tutti mi raccontano. Faccio di tutto per dir loro parole di conforto, ma non so più che dire. Tutti ringraziano per quel poco che facciamo a loro".

Le notti di guerra sono illustrate con tratto veloce nelle incisioni e raccontate nelle lettere di Anselmo Bucci: "notti di gelo, lunghe 30 anni, passate negli alveoli della roccia a tremare non di paura, a sperare in un attacco alla baionetta o nell'alba...un freddo raccapricciante sotto la piccola coperta da campo e la mantellina dei bersaglieri".
Una storia nella storia quella di Bucci, nato nelle Marche nel 1887, ma monzese d'adozione, al quale il Comune ha dedicato una bella rassegna quest'autunno all'Arengario: dopo gli studi a Brera e il trasferimento a Parigi, si arruola volontario nel "Battaglione Lombardo Ciclisti e Automobilisti", insieme agli amici futuristi Marinetti e Boccioni.

Fu un'avventura di  grande risonanza tra i media dell'epoca, che seguirono i mesi di preparazione e di esercitazioni, la partenza da Milano e le ricognizioni effettuate in zona di guerra per poche settimane, fino a che il reparto fu sciolto e l'artista si unì all'esercito regolare sul Piave.

Monzesi al fronte e poi impegnati nella vita politica della città, uno da sindaco, l'altro da consigliere e deputato, sono stati Leo Sorteni e  Giovanni Battista Stucchi: Sorteni annota:" io, che ho voluto la guerra, ho il sacrosanto dovere di partire, perchè non sono un eroe degli ARMIAMOCI E PARTITE".
Stucchi, ragazzo del '99, scrive del suo "sogno eroico di ammazzare Cecco Beppe, finchè la guerra ci capitò addosso per davvero e noi imparammo presto tante cose".
Cecco Beppe, il soprannome dell'imperatore austriaco Francesco Giuseppe, è all'origine della parola "cecchino", ora di uso comune.
Questa curiosità e molti altri approfondimenti dedicati agli "oggetti della guerra" hanno arricchito la conferenza dello studioso Roberto Gobetti, svoltasi al Mulino la scorsa settimana.

In contemporanea con la mostra sono stati organizzati altri incontri, in collaborazione con ANPI e Novaluna: nelle prossime settimane al Binario 7 a raccontare la guerra ci saranno il Professor Sabbatucci e lo scrittore Rumiz.
Gobetti ha "fatto parlare" gli oggetti esposti in mostra: la vanga affilata, appoggiata al muro del museo, non era solo un attrezzo da scavo, ma soprattutto un' arma letale per il corpo a corpo, mentre le piccole mazze erano utilizzate per "finire" i nemici, intossicati dai gas.
In molte fotografie di guerra e filmati presenti in mostra, i soldati sono ritratti con il semplice berretto a proteggere il capo, dal momento che soltanto dal 1916 venne adottato l'elmetto.

Proprio nel 1916, il 14 febbraio, la nostra città subì un attacco dal cielo durato circa mezz'ora: un aereo austriaco sganciò diverse bombe, dopo lunghe evoluzioni che suscitarono prima la  curiosità e poi il panico tra la popolazione.
Un calzolaio di Via Prina, uscito dalla bottega, venne falciato e morì sul colpo, mentre" una madre di teneri figli" si spense dopo giorni di agonia, come era scritto su una lapide, da tempo rimossa.

La memoria, almeno quella, non deve essere rimossa.



 

 

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