0 - “DEAD OR ALIVE”.
Osama bin Laden fu indagato dall'FBI e considerato il principale sospettato per gli attentati dell'11 settembre, anche se non fu mai formalmente incriminato per quegli specifici attacchi: l'FBI inserì precedentemente all'11 Settembre nella lista dei più ricercati per gli attacchi alle ambasciate americane in Tanzania e Kenya ma formalmente non lo fu mai tra gli accusati per l'11 Settembre come constatabile dal sito FBI; alla domanda fatta dalla stampa sul perchè non si fosse mai arrivati all'incriminazione di Bin Laden, l'FBI rispose: “non abbiamo le prove”, tuttavia, l'organizzazione terroristica al-Qaeda, guidata da Bin Laden, fu identificata come responsabile degli attentati (di concerto con l'intelligence americana, inclusa la CIA), attribuendogli gli attacchi dell'11 settembre. Nonostante anni di indagini approfondite sull'attacco da parte dell'FBI che avrebbe identificato i responsabili,non è stato possibile incriminare direttamente Osama Bin Laden.
La testata web Il Post pubblicò un articolo il 12 settembre 2021, a distanza di 20 anni dai fatti, nel quale riporta un documento diffuso dall'FBI nel 2016: è il primo documento a essere pubblicato dopo che lo scorso 3 settembre 2021 il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva firmato un ordine esecutivo che imponeva la desecretazione dei rapporti dell’FBI sulle indagini, in occasione dei 20 anni dagli attentati.
Il documento, risalente al 2016, è oscurato in diverse parti e contiene un’analisi delle possibili connessioni tra gli attentatori e il governo dell’Arabia Saudita: 15 dei 19 dirottatori erano infatti cittadini sauditi, come anche Osama bin Laden, che allora era il leader dell’organizzazione terroristica al Qaeda. Nel documento ci sono diversi dettagli sui presunti legami tra alcuni cittadini sauditi residenti in quel periodo negli Stati Uniti e gli attentatori.
Si parla soprattutto di un interrogatorio fatto nel 2015 a un dipendente del consolato saudita a Los Angeles, che aveva raccontato di aver avuto contatti con alcune persone saudite che avrebbero fornito sostegno logistico agli attentatori: Omar al-Bayoumi, che negli anni Novanta studiava a Los Angeles, Fahad al-Thumairy, che all’epoca lavorava come diplomatico al consolato saudita a Los Angeles, Mohammed Muhanna e altre tre persone i cui nomi sono oscurati. Il documento conclude però che non ci sono prove che il governo saudita fosse in qualche modo legato a queste persone.
Un documento che in qualche modo cerca di scagionare lo Stato da un mistero che lo avvolge sin da poche ore dopo l'attentato alle Torri Gemelle dell'11 Settembre 2001, nonostante la numerosa letteratura che da anni tenta di porre in luce le zone d'ombra di tutto ciò che scatenò quell'evento, leva di un cambiamento mondiale senza apparente possibilità di ritorno: il 14 settembre 2001, il Federal Bureau Investigation fece una conferenza stampa dove dichiarò di ritenere con una certa dose di certezza chi siano gli attentatori a fronte delle precedenti 48 ore di indagini senza sosta e del ritrovamento, il 12 settembre, a pochi isolati da Ground Zero, di un passaporto di uno dei presunti attentatori da tempo sotto il controllo dell'intelligence: quest'ultima comunicazione è stata data dall'allora Ministro della Giustizia americana John Ashcroft. I primi dubbi s'insinuano proprio dal passaporto stesso: com'è possibile che dopo uno schianto di un aereo avente a bordo 12 tonnellate di carburante (dato ufficiale del “Final Report of the Collapse of the World Trade Center Towers) la relativa esplosione ed il crollo di tonnellate di materiali, un passaporto sia ritrovabile ed integro nel giro di 24h?
L'allora Europalamentare e membro della Commissione sicurezza ed armamenti EU intervistato parlò del caso Lockerbie, avvenuto Il 21 dicembre 1988: il volo Pan Am 103, un volo transatlantico da Londra a New York, fu distrutto da una bomba 38 minuti dopo il decollo mentre sorvolava la città scozzese di Lockerbie, uccidendo tutti i 243 passeggeri e 16 membri dell'equipaggio, sottolineando che ci vollero circa 2 anni per giungere agli atti formali d'incrimanzione di quelli che furono ritenuti i colpevoli dell'attentato; invece, per accusare platealmente gli attentatori dell'11 Settembre, solo 72 ore.
La versione ufficiale afferma che 15 dei 19 attentatori provenivano dall'Arabia Saudita e da consulenze di vario tipo volte a fare luce sull'origine di questa fantomatica organizzazione terrostica, spicca quella di un professore di Relazioni Internazionali dell'università del Sussex, Nafeez Mossadeq Ahmed: “al-Qaeda dovrebbe essere un'organizzazione salafita: il salafismo è una corrente molto puritana dell'islam che suggerisce di seguire alla lettera i precetti di maometto”; un gruppo di fondamentalisti che, dalle testimonianze emerse basate sulla veridicità delle indagini FBI, viveva all'opposto dal puritano salafismo: l'ex compagna di Mohamed Atta (Amanda Keller), attentatore del primo volo schiantatosi contro le torri, dichiarò che Mohamed passava le giornate tra alcool e cocaina assieme agli amici. Non esattamente una condotta di vita puritana ed austera.
Tuttavia gli identikit degli attentatori corrisponderebbeo a più persone, con biografie diverse, che vivono in posti diversi; in particolare, l'identikit dello stesso Atta ritrovò ben 4 omonimi, tutti aventi un collegamento con al-Qaeda o Intelligence americana: il primo viveva ad Amburgo ed era sotto controllo da parte dei servizi segreti tedeschi, il secondo si trovava a Venice, in Florida, nel centro di addestramento dell'agenzia per la sicurezza nazionale, frequentava un corso di volo per monomotore Cessna e divideva la stanza con un agente C.I.A. (Charly Vas) che trafficava in armi e cocaina con il sud america per conto dell'agenzia; il terzo identikit corrisponderebbe ad un Mohamed Atta che parlò per telefono con il padre residente al Cairo, il 12 Settembre, come dichiarato dal padre stesso a News-Week. Il quarto ed ultimo “papabile” identikit riferisce a quel Mohamed Atta, residente ad Holliwood, che passava le giornate tra alcool e droga e che pochi giorni prima dell'attentato, al termine di una sua tipica giornata, dichiarò alla cassiera del bar dove oziava: ”Lavoro per una compagnia aerea statunitense, pensate che non possa pagare il mio conto?”.
Da tutti i profili si possono estrapolare elementi che collegano, almeno per un qualche dettaglio, ai presunti attentatori e di certo non riconducibili ad un'esistenza austera e volta a non fornire elementi indiziari nel periodo antecedente all'11 Settembre: non sono comportamenti afferibili ad un fondamentalista che si sta preparando ad un attentato.
Nelle 24 ore precedenti l'attentato, Atta e Al-Ahri (gli attentatori del primo volo che si schianta contro le torri), secondo la ricostruzione ufficiale, hanno un comportamento che ricalca lo stile di vita aderente alle numerose testimoniante e, per di più, volto a farsi notare in tutti i modi possibili: noleggiano una macchina a Miami e partono direzione Boston; arrivati in prossimità decidono di proseguire per altri 300 km verso il Main arrivando a Portland: trascorrono la nottata tra schiamazzi e lascivia, pagando i vari con con carte di credito intestate personalmente a loro. Lasciano il Main la mattina successiva con il primo volo diretto a Boston dal quale si imbarcheranno sull'aereo con il quale attenteranno le Twin tower: il lasso di tempo tra l'atterraggio a Boston ed il nuovo decollo è di soli 30 minuti. Un tempo decisamente risibile che rischia di far saltare tutta l'operazione preparata nei minimi dettagli; inoltre, il momento dell'imbarco a Boston è un passaggio estremamente importante ai fini dell'accertamento della verità: per anni, le immagini di Mohamed Atta al Check-In sono state “vendute” come riprese dall'aeroporto di Boston: falso. Le immagini sono dell'aeroporto di Portland, nel Mail, all'imbarco del primo volo preso da Atta e Al-Ahri: sara la stessa FBI a dichiarare che non c'è modo di sapere con certezza se i due presunti attentatori fossero fisicamente sul volo che si schiantò contro la torre numero 1.
Nei giorni successivi alla divulgazione delle foto e degli identikit degli attentatori molti omonimi e portatori di caratteristiche riconducibili al culto islamico, si presentano spontaneamente nelle ambasciate americane dei Paesi di residenza: Il 16 settembre l'attentatore del volo 11, Abdulaziz al-Omari, pilota della Saudi Air-Lines, si presenta al consolato americano di Gedda per protestare, ricevendo le scuse ufficiali dell'ambasciata; il 22 Settembre, Walid al-Shihri, attentatore del volo 11, con estrema impertinenza, dichiara di essere ancora vivo ed innocente, da Casablanca in Marocco; di conseguenza, diversi quotidiani americani pubblicano varie testimonianze di piloti attentatori presunti morti negli schianti ma, sovversivamente, ancora vivi e vegeti nelle loro case. L'FBI non depenna i nomi dalla lista degli indagati.
Per una qualsiasi indagine, soprattutto della portata mondiale derivante da attentati sanguinari come quello dell'11 settembre 2001, non riuscire ad indentificare con certezza gli autori materiali, è un problema serio. Sollevare quest'aspetto non è complottismo ma porre in luce il fatto che non si sia mai saputo chi effettivamente abbia compiuto quelle azioni abominevoli.
La dichiarazione dell'allora Presidente Bush “dead or alive”, riferita ad Osama Bin Laden, ritenuto il mandante degli attentatori, è un azzardo che, sulla base delle conseguenze geopolitiche e militari, assume una pericolosità rilevante, dovuta alla constatazione dell'assoluta mancanza di prove certe sull'identità degli esecutori ed il relativo mandante, identificato arbitrariamente in Osama Bin Laden, uomo a capo di un'organizzazione terroristica segreta afgana che si nasconde dentro una caverna nei monti dell'Hindu Kush.
1 – Le fondamenta del fondamentalismo
Al-Qaeda è stata fondata da Osama Bin Laden nel 1989, alla fine della guerra d'Afghanistan: dopo la guerra e non per la guerra; letteralmente significa “base”, e basta aggiungere “malumà” (dato), per svelarne il motivo dell'esistenza: al-Qaeda-Malumà è il data-base o lista di alcuni ex-combattenti Mujaidin particolarmente feroci, i quali, facenti parte della milizia che respinse l'invasione russa: il loro capo, Bin Laden, in costante contatto con l'intelligence americana, segnalò i nomi dei più valorosi che vennero inseriti nella lista di nome Al-Qaeda, etichetta inventata dalla C.I.A. come distinguo tra quei combattenti più vicini alla cooperazione americana rispetto a tutta la milizia afgana.
Questi valorosi combattenti, rimasti senza sostentamento, furono impatriati negli Stati Uniti d'America per essere ulteriormente addestrati ed inviati in vari teatri di guerra: fondamentale è la testimonianza, dopo l'attacco alle torri, di Michael Springman, allora capo dell'ufficio visti del consolato americano a Jeddah tra l'87 e l'89; egli denunciò la presenza di diversi agenti CIA negli uffici del consolato ed una certa disinvoltura nel concedere visti d'ingresso ad alcune persone piuttosto che ad altre. Tutti coloro i quali hanno richiesto un visto per gli USA sanno che le domande riguardo il periodo di stanza sul territorio, la destinazione ed i motivi del viaggio, sono fondamentali per ottenere il visto stesso: molti dei visti rilasciati tra il 1987 ed il 1989 a Jeddah sarebbero dovuti essere respinti a causa della “generalità” delle risposte: addirittura, alcuni, alla voce “destinazione” riportavano “NO” come risposta. Erano i visti dei mujaidin reclutati dalla CIA attraverso il suo contatto Osama Bin Laden. Per giunta, in alcuni interrogatori post nineleven, è stato dichiarato apertamente che l'addestramento verteva su tecniche di abbattimento di strutture e tattiche volte a rovesciare governi locali; inoltre, dettaglio di non poca rilevanza, tali reclute furono messe a libro paga di una sub-agenzia di milizia privata creata dallo stesso Pentagono: la M.P.R.I., nella quale compaiono molti Generali pluridecorati dell'esercito regolare. Agenzie come questa vengono utilizzate dal Pentagono per svolgere operazioni militati nel mondo, i cui motivi non sono propriamente ortodossi e, di fronte alla possibilità di non ricevere i finanziamenti dal Congresso, subappaltano il lavoro, in modo tale da lasciare l'apparato statale (militare e politico) al di fuori di probabili accuse d'ingererenza.
A fronte di un'intensificazione dei rappoorti C.I.A. Al-Qaeda negli anni '90, le nuove reclute, feroci ed addestrate, furono impiegate in vati teatri tra cui, dal 1992 al 1995, in Kosovo a fianco di quella che fu presentata al mondo come organizzazione terrrostica kosovara: l'U.C.K..
Cinque su sette attentatori dell'11 Settembre provenivano dal Kosovo.
Mohamed Atta si è addestrato presso la base della scuola ufficiali di Maxwel in Alabama.
Cos'è quindi Al-Qaeda?
In formula: Al-Qaeda è un'organizzazione militare che ha combattuto nell'ex Jugoslavia, al soldo di mercenari pagati dal Pentagono; complice la C.I.A., ha avuto accesso agli Stati Uniti d'America per essere addestrata, vivere al di sopra delle righe ed all'insegna di schiamazzi sicuri della propria impunità.
Inoltre, alcuni di essi hanno frequentato corsi di volo senza mai imparare a volare.
Una volta certificata l'adesione ai corsi di volo, l'F.B.I. ha interrogato gli istruttori, i quali, hanno assolutamente negato la possibilità che, gli allevi arabi, fossero in grado di pilotare un 767 e di compiere le manovre rievate dai radar prima degli schianti sulle torri e sul Pentagono, riferendo che non furono nemmeno in grado di completare con successo il corso per un monomotore ad elica; tralasciando il fattore del successo del corso, passare dal pilotaggio di un monomote ad elica ad un Boing 767, effettuando per lo più manovre complesse, richiede molti anni di esperienza nonché numerosi altri step di addestramento.
Inolte, vi è, infine, da sottilineare le numerose segnalazioni in merito ad un'organizzazione terroristica che si stava preparando per un grosso attentato sul suolo americano: tra tutte, forse quella più netta, è relativa al Piano Bojimka sotto il controllo di Ramsey Youssef: le segnalazioni provenivano dal continente australiano e parlavano di persone che si stavano addestrando sul suolo americano per compiere un atto terroristico attraverso l'utilizzo di aerei, sul World Trade Center e sul Pentagono.
L'11 settembre 2002, il New York Times scrive:” ad un anno dagli attentati gli americani sono meno informati di quanto accaduto di quanto lo fossero nel 1912 sul titanic dopo 2 settimane dall'affondamento”.
Dopo altri 23 anni, da quell'articolo e 24 dagli attentati in cui morirono otlre 3000 persone, quanto accaduto rimane un mistero.
2 – moschettieri & speculatori
All'indomani dell'arrembante conferenza stampa del Presidente Bush, iniziò la preparazione della missione in Afghanistam il cui unico obiettivo, almeno inizialmente, era la cattura di Osama Bin Laden, previa formulazione dei capi d'accusa delle sue responsabilità per l'attacco alle torri, sostenute da prove materiali, testimonianze e confessioni annesse; un aspetto che passò sottotraccia fu la richiesta d'intervento degli alleti N.A.T.O. avente come motivazione fornita dagli stessi, in sede istituzionale, l'articolo 5, altrimenti detto: “l'articolo dei moschiettieri”. Cosa prevede?
La NATO è un’alleanza militare che riunisce 32 Paesi con l’obiettivo di garantire la sicurezza reciproca: se uno Stato viene attaccato, gli altri lo difendono, lavorando insieme per prevenire guerre e mantenere la pace.
Il Trattato, firmato nel 1949, è composto da 14 articoli. L’articolo 5 stabilisce che «un attacco armato contro uno o più» Paesi che fanno parte della NATO in Europa o nell’America settentrionale «sarà considerato come un attacco diretto contro tutti» i membri dell’Alleanza. In altre parole, se viene colpito anche solo un Paese NATO, tutti gli altri devono considerarsi coinvolti.
Il testo aggiunge che ciascun Paese NATO «assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata». Questa assistenza può essere fornita «nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite», che riconosce a ogni Stato il diritto naturale di difendersi, da solo o insieme ad altri, se subisce un attacco armato.
In sostanza, in base all’articolo 5 ogni Stato membro della NATO deve intervenire a sostegno del Paese sotto attacco, ma conserva la libertà di decidere come farlo: può fornire aiuti militari diretti oppure ricorrere ad altre forme di supporto.
L’articolo prevede inoltre che ogni aggressione e ogni risposta dell’Alleanza siano comunicate senza indugio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e che le misure adottate restino in vigore fino a quando sarà lo stesso Consiglio a intervenire per ristabilire la pace e la sicurezza internazionali. Del Consiglio di sicurezza fanno parte 15 Paesi: cinque membri permanenti – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito – e dieci membri eletti a rotazione ogni due anni dall’Assemblea generale.
L’articolo 5 è completato dal successivo, il numero 6, che precisa che cosa si intende per «attacco armato» ai fini dell’applicazione della difesa collettiva. Rientrano in questa definizione gli attacchi contro il territorio di uno Stato membro in Europa o in Nord America, contro la Turchia o contro le isole sotto la giurisdizione di un Paese dell’Alleanza situate nell’Atlantico a Nord del Tropico del Cancro. Sono inoltre considerati attacchi quelli contro le forze armate, le navi o gli aerei degli Stati membri presenti in queste aree, nel Mediterraneo o nelle zone europee in cui, al momento dell’entrata in vigore del Trattato, fossero stanziate forze di occupazione di un Paese della NATO.
Come ricorda il sito ufficiale della NATO, l’articolo 5 è stato invocato una sola volta nella storia, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Misure di difesa collettiva sono state invece adottate in altre tre occasioni, su richiesta della Turchia: nel 1991 durante la Guerra del Golfo, nel 2003 durante la guerra in Iraq e nel 2012 in risposta al conflitto in Siria.
Bisogna porre attenzione al sostegno dell'articolo 6 rispetto alla possibilità di invocare il 5, ovvero, le specifici oggetti dell'attaco: sovrapponendole all'11 settembre, il quesito è frutto riflessioni nel merito: gli aerei utilizzati per gli attacchi non sono armi perchè velivoli civili; per impossessarsene è stata usata la forza, quindi gli stessi aerei sono stati oggetto di attacco ma non ci sono prove; la Nazione è stata attaccata? Sì, poiché è stato attaccato un edificio dello Stato – il Pentagono - .
L'articolo 5 può essere invocato? La forma propenderebbe per il no, poiché aerei civili si sono schiantati contro edifici, ipoteticamente in balia di un'emergenza ed i piloti non hanno avuto modo di lanciare il mayday per un qualche malfunzionamento della radio che, per ovvi motivi, non è comprovabile. La sostanzialità dei fatti tende invece per una piena possibilità di attuare l'articolo 5: dal punto di vista sostanziale gli Stati Uniti d'America sono stati attaccati ma, anche per questa ipotesi, non ci sono prove: alcuni media hanno trasmesso un dialogo tra alcuni alti esponenti di Al-Qaeda avvenuto a poche ore di distanza dagli schianti e le traduzioni fornite sono differenti e discordanti: in alcune, la traduzione dice di una piena rivendicazione, in altre, sembrerebbe che si parti degli eventi ma non in senso di assunzione di responsabilità.
Di scenari incerti ce ne sarebbero molti, tra cui il più probabile, a posteri dell'attacco, è quello dell'esistenza di un'organizzazione terrroristica internazionale con a capo l'èlite talebana ed Osama Bin Laden che, da una caverna attraverso dei bigliettini ed una lunga fila di corrieri ha proseguito le proprie attività di cui si hanno avute prove in due attentati a Londra (pullman e metropolitana) ed 1 al Mattiot Hotel di Islamabad di cui si ha assoluta certezza di colpevolezza per rivendicazione di Bin Laden. Eventi tragici che ricalcano il modus operandi degli attentati alle ambasciate USA di Congo e Tanzania del 7 Agosto 1998 ma non delle torri gemelle e Pentagono.
A fronte di ciò, come si può considerare tutta l'operazione militare avvenuta in Afghanistan tra l'ottobre 2001 ed il 2 maggio 2011 (data di cattura Osama Bin Laden)?
Una pura speculazione, avvenuta sulla pelle di un popolo la cui unica colpa è riconoscersi etnicamente in un leader: che il regime talebano sia uno tra i più repressivi e sanguinari è di dominio pubblico tra la popolazione afgana ed anche in quella parte che etnicamente è affine all'èlite talebana - i Pashtun sono l'etnia di maggioranza in Afghanistan ed in Pakistan ma pensare di imporre loro la vita all'occidentale è inaccettabile per loro stessi a fronte di un back-ground culturale e di una memoria storica che ricorda bene cosa le potenze occidentali fecero in quella regione durante il colonialismo: rovesciare il Governo talebano è di specifica competenza del popolo talebano secondo e non di certo di chi, facendo leva su quel popolo stesso, porta avanti i propri interessi internazionali e le sue peculiari attività di “basing”. Che parte della popolazione sia soggiogata e voglia rivendicare i propri diritti umani è un tema che deve sensibilizzare ma che il processo di rivendicazione avvenga per imposizione esterna ed abbia un approccio istituzionale non affrancabile all'identità culturale autoctona non deve essere accettabile per l'intera comunità internazionale, espressione anche dei popoli mediorientali; nel concreto, porre l'individuo al centro della comunità di appartenenza in un popolo in cui il singolo sente come priorità l'appartenenza alla comunità del proprio territorio, sia essa una tribù od un clan il cui capo (tribù o clan) ha una spiccata sensibilità per il gruppo che rappresenta e riesca a farne sintesi, è un completo ribaltamento di una struttura sociale in essere da millenni, venduta come Democrazia ed imposta attraverso l'occupazione militare. Che i moschettieri dell'articolo 5 N.A.T.O. abbiano partecipato a tale tentativo, pur virtuoso sia stato il contributo, affranca l'occidentalismo al suo stesso errore in “politica estera”: pensare che il fine ultimo dell'esistenza sia vivere all'occidentale.

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