0 – Lo spartiacque:
Al costo della ridondanza, bisogna ricordare che le relazioni internazionali sono un intreccio complesso di storia dei popoli rappresentata secondo mandato costituzionale da leader democraticamente eletti, momenti informali e trattati “nero su bianco” che obliterano nella storia del Pianeta la volontà delle parti sottoscriventi, le interazioni tra entità giuridiche in merito ad un tema preciso di cui si è percepita la volontà di dare forma e sostanza secondo il principio della convivenza pacifica. Non esiste leader che sopravviva alla spersonalizzazione del proprio mandato e della figura istituzionale che incarna, sono le Costituzioni dei singoli Stati Nazione a dare concretezza allo spirito di servizio al quale ogni persona che inizia a fare politica da giovane deve sottomettersi ed alimentare con la propria azione di militanza politica.
Essa, nella storia ha trovato enormi leader frutto di una scelta afferente al gruppo di militanza politica secondo la generazione di appartenenza: solo in Italia gli esempi si sprecano ma basta alzare lo sguardo per identificare una linea d'orizzonte globale che si rinnova di generazione in generazione: un intreccio di popoli, singoli individui, ideali politici, identità valoriale di partito ed equilibri internazionali. Questi sono cambiati non per azione di un Leader ma per movimenti popolari ai quali i leader hanno dato continuità istituzionale in ottemperanza al principio di rappresentanza democratica: in Europa, un evento che ha cambiato gli equilibri internazionali ed i cui effetti sono di piena attualità è la caduta del Muro di Berlino.
Le immagini di un popolo diviso in due che si ricongiunge sopra il muro stesso hanno, ancora oggi, una potenza devastante di ogni divisione e contrapposizione ideologica, poiché le ideologie sono una premessa della Democrazia, la genesi di un dialogo sano e che ha sempre prodotto benefici per chiunque, in qualunque luogo del pianeta; gli equilibri che sono cambiati dal quel 9 Novembre 1989 sono molti, forse uno di questi è il principio dell'amicus ostis per il quale, il mondo occidentale era unito nella lotta ad un ideale nel quale non si riconosceva: il Comunismo. Nonché si denoti un nemico in un ideale ma esso fungeva, come collante di popoli che fino a pochi anni prima si erano fatti la guerra e dal discioglimento del Patto di Varsavia percepivano una lacuna che solo l'Unione Europea sta colmando: dal mattino del 10 Novembre 1989, cambiarono i rapporti tra Europa e Stati Uniti d'America poiché venne meno il collante comune, dando inizio ad un processo di cambiamento delle relazioni occidentali secondo un crescente principio di contrattazione – bilaterale per gli europei – multilaterale per gli USA: il colonialismo informale d'oltre oceano trovò nuova linfa nel condizionamento dei rapporti commerciali, economici e finanziari che, per volontà stessa degli americani attuata smantellando l'industria a stelle e strisce, ha posto l’Europa come esportatore ed il continente nord americano come compratore di ultima istanza. L'impero USA tenta di condizionare la nostra economia, comprando o meno i nostri prodotti.
Arrivando all'attualità, la figura politica di Donald J. Trump irrompe con tutta la sua energia nell'incarnare il sentiment dell’America profonda ed esprimendo, attraverso la sua azione, la sensibilità per il settore produttivo USA: offre al popolo americano tutto ciò che è sintetizzato dal movimento M.A.G.A. con l'irruenza di ogni movimento attivista: prendendo in prestito un'affermazione nostrana, Trump non è radicato sul territorio dal quale ha ricevuto il maggior consenso elettorale, tutt'altro: è un oligarca newyorkese che ha saputo incanalare ed interpretare ottimamente la rabbia di chi ha visto, negli ultimi 30/40 anni, la propria economia calare, la propria industria smontata pezzo per pezzo ed il proprio sogno svanire. Su questa interpretazione, ha costruito un programma che ne ha dato ulteriore slancio.
L'impero costa e se non produci ed esporti come puoi mantenerlo? Come sostenti le oltre 600 basi militari USA sparse per il Mondo?
Ma, soprattutto, dal punto di vista geopolitico, il quale – si ricorda – vede il popolo come unico detentore del potere e fautore delle decisioni: il popolo americano ha la verve imperialista?
1 – Una Repubblica non un Impero.
Bisogna fare attenzione ad identificare il limite tra una sana produzione interna e la sua propensione al sostentamento di una politica estera imperialista: dare dignità all'industria ed alla vita di tutto un popolo secondo il principio di vita all'occidentale è una realizzazione della Repubblica, mentre imporre il lavoro come mezzo di mantenimento delle mire di una parte della Nazione e degli apparati burocratico amministrativi che la compongono (lo Stato) è una forma divisiva di attuazione del potere: Donal Trump ha ottenuto il maggior numero di consensi dalle urne quindi, l'attuale azione di governo trova piena legittimità, nonostante anche all'interno del Partito Repubblicano ci siano stati e ci sono tutt'ora, diverse sfumature di pensiero.
Nel 2017, il candidato alle primarie repubblicane Pat Buchanan, scrive: Una Repubblica non un Impero, testo significativo dal quale traspare, sin dal titolo, la grande dicotomia interna americana; Buchanan non vince le primarie e non corre per la Casa Bianca, ergo, il suo pensiero non trovò riscontro dalla base del partito ma pone, col senno del poi, il tema principale del posizionamento USA sullo scacchiere internazionale: la ritirata dall'Afghanistan, conflitto che è costato, oltre a numerose vite umane, un quantitativo di danaro di gran lunga superiore alla somma di quanto speso nelle 2 guerre mondiali, in Vietnam e nella Guerra di Corea. L'accordo con i talebani, siglato a Doha nel 2020, sancisce la divisone interna del Paese Star&Stripes in quanto, la ritirata dell'impero era quanto auspicato sulle coste mentre il potenziamento, passante dal riconsolidamento, dell'influenza oltreoceano era l'istanza delle popolazioni della cosiddetta America profonda, pensiero che il claim elettorale trumpiano interpreta a meraviglia.
Da qui, il sentimento di depressione, certificato da referti psichiatrici per il 32% dei cittadini, sfocia nella rabbia, espressione di un popolo violento, nell'assalto di Capitol Hill e, di converso, la violenza intrinseca si palesa nell'attentato a Donald Trump da parte di fanatici che nulla hanno a che fare con la Democrazia, come per l'assalto del 6 Gennaio 2021.
Il sentimento messianico che presuppone l'arroganza di pensare che tutti i popoli vogliano vivere all'occidentale, si trasforma in Dazi di rabbia, visti dall’America profonda come il modo giusto per scongiurare l'invasione dei prodotti europei all'interno dell'americanità: questa è la prova del nove che testimonia di come Trump, intelligentemente, interpreta un sentimento diffuso, lo incanala, lo alimenta con il proprio carisma e lo sfrutta per un proprio ritorno elettorale: uno stratega auto referenziato che nulla ha a che vedere con gli elettori che rappresenta: Trump è un oligarca di Manhattan e, dell’America profonda poco sa e ancora meno vuole sapere se non intuisce un immediato ritorno per se stesso.
2 – The deep State
Letteralmente: lo stato profondo.
Il quarantasettesimo Presidente degli Stati Uniti d'America si colloca in un'era storica del Paese che rappresenta iniziata prima di lui e che proseguirà dopo la fine del suo mandato: Donald Trump incarna la sintesi attuale di un fenomeno di media lunga portata, che proseguirà dopo la fine della sua presidenza e che è deciso, iniziato, portato avanti e verrà concluso per volontà degli apparati americani. Essi contano cinque milioni di dipendenti pubblici (sommando gli apparati di cui non si sa nulla, la stima arriva a sei milioni) che attenzionano la presidenza in merito ad un aspetto che Madame Storia pone in luce da sempre: un impero non si può dimettere da se stesso per propria volontà.
Applicare questo concetto all'attualità significa osservare la presenza USA nel mondo: le 600 basi militari di cui si è accennato ne sono una piena attuazione e ad esse vanno sommate tutte quelle attività informali e d'intelligence che fanno parte di quel sistema, non solo USA, atto a mantenere l'economia imperialista, ivi compresa la manutenzione dell'impero a fronte a crepe o malfunzionamenti; questo sistema può essere rivisto e rimodulato ma non può essere smantellato, per il semplice fatto che un impero ha nemici, i quali cercherebbero comunque una rappresaglia/vendetta sino nel cuore della Madre Patria: oltre la metafora c'è l'undici settembre a testimonianza concreta di questo concetto storico; dopo il sostegno dei Mujahidin nell'invasione russa dell'Afganistan del 1979, gli apparati USA, li incamerano (concretamente se li portano in casa), li addestrano e li impiegano come milizia, formalmente esterna all'esercito regolare, in vari teatri di guerra nel mondo fino alla guerra in Kosovo del 1998. Dopo di essa, il corpo militare assoldato ed addestrato dal Pentagono, apparato militare statunitense nonché una delle prime aziende del mondo (dà lavoro a milioni di persone), viene lasciato a sé stesso e la metafora del ritiro di un asset dell'impero, ovvero il sostentamento delle centinaia di famiglie alle spalle dei guerriglieri, determina la vendetta di chi si è trovato dall'oggi al domani senza una fonte di reddito. Come ha reagito la falange più radicale dei Mujahidin, Al Qaeda? Ha fisicamente abbattuto il simbolo dell'imperialismo economico americano: le Torri Gemelle non sono state scelte a caso.
Nota a latere, Al Qaeda significa “Base, lista”: è la lista degli agenti CIA infiltrati nella guerra d'Afghanistan, e Osama Bin Laden ne era il capo.
Trump, da buon oligarca, ha cercato di distruggere lo Stato profondo attraverso l'oligarchia tecnologica – Elon Musk in testa – per arrogare a se un potere pressoché assoluto ma gli è stato ricordato che se il sistema di gestione dell'estensione del potere oltre confine viene meno, i nemici bussano alla porta, quindi è stato costretto a ritornare sui suoi passi, dare in pasto l'immagine di Musk agli apparati stessi (il finto litigio con il quale è stato fintamente allontanato) e cooperare con gli stessi per rimodulare l'impero.
Questo schema, riportato al vecchio continente, calza perfettamente se si pensa che Trump ha cercato di parlare con la Russia già nel suo primo mandato, avendo però come risultato ben 2 impeachment e la non rielezione: lui adora gli uomini forti come Putin, vorrebbe essere come lui ma non può proprio per quanto appena descritto, allora ha pensato di stabilire un dialogo per rimodulare a gestione il potere in Europa (e non solo), sovrastando l'apparato statunitense che da anni ha rapporti stretti gli Stati satellite, fiore all'occhiello dell'impero Stars&Stripes; gli fu impedito. Ma non c'era il fattore determinante che oggi lega gli interessi dell'oligarca newyorkese a quelli dell'apparato: la guerra d'Ucraina.
L'elezione di un repubblicano dalla verve e carisma di Donald Trump, tracotante a dir poco, mette in scena la “cucina dell'impero”, l'intenzione reale: abbattere la manifattura Europa; non bisogna confondere la sostanza del deep State dalla narrazione del Presidente, ovvero, quanto meno per oggettività, va citato l'inflation reduction act varato dall'amministrazione Biden: esso è remake del new deal di Roosevelt, ovvero un piano d'investimento di 300 miliardi di dollari volto a rilanciare l'economia statunitense. Sono dazi narrati in senso di crescita interna e non di blocco esterno ma rilanciare l'industria americana vuol dire, intrinsecamente, importare di meno dall'estero, ovvero, fare guerra alla manifattura europea.
Il conflitto russo-ucraino è un altro punto di svolta nelle relazioni intercontinentali dell'occidente in quanto mette d'accordo Trump con il deep State sul congelamento del conflitto, dialogando con i russi, soddisfare il sentimento oligarca del Presidente e rimodulando le relazioni imperialiste con il vecchio continente al fine di staccare la Russia dalla Cina, vero e reale nemico numero 1 degli Stati Uniti che se non arginato potrebbe presentarsi alla porta del nord America, tra qualche anno, più forte di quanto lo è oggi, ovvero con relazioni economiche internazionali più salde e potenti ed essendo in possesso di molti più passaggi marittimi di quanto lo è già, fulcro dell'economia mondiale: la Cina possiede lo stretto di Panama ed attraverso la Via della Seta commercia con l'Europa, intaccando il dominio americano. Zelensky offre l'occasione per una revenge a stelle e strisce e Trump, cogliendo la palla al balzo come ha fatto con il sentiment dell'America profonda in fase elettorale, ha già stretto accordi per la ricostruzione del Paese (Ucraina) ad opera statunitense: inviare migliaia di lavoratori in Ucraina, per anni, vendere materie prime e lavoro per ricostruire il territorio distrutto, è forse meglio che inviare un contingente militare, poiché attraverso la gestione del processo di ricrescita dell'Ucraina la si condiziona di più che lasciarla libera di scegliere i propri partner economici e finanziari. Inoltre, la CIA ha 12 stazioni di ricezione d'informazioni in Ucraina che non verranno smantellate alla fine del conflitto mantenendo così la presenta militare al confine con quel mondo che si combatteva assieme agli europei. Quindi la security managment dell'Europa è saldamente mantenuta in mano dagli americani, che, al contrario di come narrato da Trump in sede N.A.T.O. non si distaccheranno dalla difesa contro il comunismo, poiché vorrebbe dire perdere il fiore all'occhiello degli Stati satellite ed aprire le porte agli antagonisti imperialisti nonché competitor economici mondiali.
L'obiettivo della gestione trumpiana è subappaltare la manutenzione dell'impero europeo a noi, mantenendo il potere e coinvolgendo la Cina nella gestione e manutenzione del nuovo occidente fino al confine del nuovo “muro di Berlino” che si creerà con il congelamento e conclusione del conflitto in atto contro un nemico di comodo (la Russia), con il quale si tenta di dialogare per strapparlo dal reale nemico mondiale: la Cina. Il tutto sulla terra d'Europa.
La richiesta di Trump ai paesi N.A.T.O. di innalzare la spesa militare fino al 5% del PIL è la prova del nove di come ci si voglia disimpegnare dal confine europeo per impegnarsi sul confine indopacifico (come accadde con la ritirata d'Afganistan) ma senza cedere parte del potere di Madre Patria.
Un ultimo (ma non di certo esaustivo) fattore presente sullo scacchiere europeo attuale la volontà europea: dallo zaitenwente tedesco al rearm EU, passando dall'unione politica (e ricordandoci che siamo padroni del nostro destino), abbiamo una carta da giocare per ribadire i “confini” dell'impero americano: allo stesso modo di come Trump bleffa sul ritiro dall’Europa, potremmo bleffare noi facendo accordi (finti) con i cinesi – ivi compreso un vertice con tanto di bandierine e rinfresco - e mettere gli americani di fronte ad una scelta: o farci la guerra ma, dopo 30 anni di guerre per il Mondo c'è una parte importante di popolo americano che è stanca di sostenere lo sforzo bellico ed insorgerebbe, come ha già fatto intendere nelle svariate manifestazioni di poche settimane fa, oppure, assisteremmo ad un cambio di atteggiamento americano nei nostri confronti volto ad un più moderato approccio, sicuramente più rispettoso da parte del Presidente Trump e magari una riduzione dei tanto decantati dazi.

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