0 – Il meccanismo dei dazi in USA
E' ormai noto a tutti il tema a matrice M.A.G.A. (Make America Great Again) dell'amministrazione Trump in merito al ripristino di quella zona di esclusiva competenza USA, coniata dall'allora presidente Monroe, il quale, nella conferenza di Washington del 1823 definisce Occidente quella fetta di Mondo che va dall'Atlantico - sulla verticale islandese - fino alle coste asiatiche che danno sull'Oceano Pacifico.
Per i primi ¾ del XX secolo, gli Stati Uniti d'America, incarnavano la grande industria del pianeta, esploravano buona parte delle merci che producevano, avevano il predominio assoluto sull'innovazione tecnologica e applicavano un colonialismo informale con tutti i partner commerciali: attraverso i rapporti economici si influenzano le scelte politiche di tutta quella parte di mondo che vive all'occidentale, ovvero, che vive di economia. Dagli anni '70 circa, l'intera industria statunitense viene volutamente smantellata per fare del nord America a stelle e strisce, il compratore di ultima istanza di tutto ciò che viene prodotto altrove: è solo con questa trasformazione che si può mantenere l'egemonia oltre confine, per due ordini di motivi: il primo è che scegliendo da chi comprare si finanzia o meno il paese esportatore, la seconda è che il meccanismo dei dazi è uno strumento in grado di influenzare efficacemente l'economia dei paesi da cui importi beni proprio per le oscillazioni di prezzo derivanti dall'innalzamento od abbassamento dei dazi stessi. Per completezza di macroanalisi va esplicitato che l'Europa comincia a produrre beni all'incirca dalla metà degli anni '50, ovvero dopo aver ricostruito le prime infrastrutture strategiche ed aver ripristinato i settori industriali, entrambi devastati dal 2° conflitto mondiale.
Oggi assistiamo ad una narrazione eccessivamente semplificata e parziale della macchina amministrativa USA in materia di dazi doganali, volgarmente narrata (dall'Europa) con un ben poco elegante: “Trump mette i dazi”. È necessario specificare alcuni aspetti propri dell'imprinting costituzionale USA: in primis i Padri fondatori della Nazione, vollero dare meno poteri possibili ad una singola figura istituzione poiché reduci dall'assolutismo monarchico inglese, quindi il Presidente USA ha, al contrario di come viene narrato dai media europei, molti pochi poteri decisionali (rasenti allo zero), tra cui proprio quello di imporre dazi doganali; può farlo autonomamente solo in caso di pericolo per la Nazione: il potere decisionale, come in ogni Democrazia, è di competenza del Parlamento (negli Stati Uniti Il Congresso) e nel momento in cui il Presidente, a fronte di una sua percezione di emergenza impone d'ufficio nuovi dazi doganali, il provvedimento deve essere approvato e convertito in Legge dello Stato, dal Congresso entro un certo periodo (breve). I dazi imposti da Trump a febbraio 2025 sono stati aboliti dal Congresso all'inizio di marzo poiché non si sono ritenuti validi i motivi di emergenza rilevati dal Presidente.
La sfumatura politica si palesa attraverso una rapida analisi di voto: Donald Trump ha raggiunto le percentuali più rilevanti di consenso elettorale nelle zone d'America più colpite dalle politiche di smembramento della produzione interna USA degli ultimi 25 anni del secolo scorso, proprio al grido di “Make America Great Again” ed imponendo dazi, narrati come una dimostrazione di forza al pianeta, egli, consolida il suo consenso proprio con quella parte di popolazione più suscettibile poiché autoctona nel senso ampio del termine: traditi dalle amministrazioni precedenti e convinti di incarnare l'americano vero, hanno trovato in Donald Trump il baluardo alla ripresa economica nonché, attenti alle politiche nazionali interne ed estere, gli americani tengono costantemente monitorato l'operato dell'amministrazione, Tradotto: non bastano belle parole in campagna elettorale! Ergo, per tenere a freno un sentimento di rivalsa nazionale ed internazionale (ed il proprio consenso elettorale) la soddisfazione delle istanze va ripagata sovente.
1- i rapporti economico/finanziari USA EU
I rapporti finanziari tra Stati Uniti ed Europa sono molto intensi e costituiscono la relazione bilaterale commerciale e di investimento più importante al mondo. Insieme, rappresentano quasi il 30% degli scambi mondiali di beni e servizi e il 43% del PIL mondiale.
Inoltre, “America First” in continuità con lo slogan elettorale di Donald Trump (M.A.G.A.), sta letteralmente arrembando le imprese europee, che rischiano un’acquisizione silenziosa mentre gli investitori statunitensi capitalizzano. È la denuncia di Socialeurope.eu che in un articolo a firma di Tej Gonza (co-fondatore e direttore dell'Institute for Economic Democracy (Ied), professore associato presso l’Università di Lubiana) e Timothée Duverger (a capo della Cattedra TerrESS presso Sciences Po Bordeaux e ricercatore presso il Centre Émile Durkheim) racconta come gli investitori americani stiano acquisendo sempre più aziende europee.
La presidenza di Donald Trump è iniziata con un’attenzione particolare al protezionismo commerciale e all’espansionismo geopolitico. Ma gli Stati sovrani non sembrano essere le uniche “materie prime” prese di mira dagli Stati Uniti. La “classe finanziaria”, come recentemente osservato da The Economist, “è sfuggita alla rivolta anti-globalizzazione” associata al movimento Make America Great Again di Trump e punta eccome a fare shopping in Europa. Altro che mercato interno: gli Stati Uniti, a quanto pare, ora stanno puntando al capitale europeo. Infatti, come recentemente riportato dal Financial Times, il valore delle acquisizioni di private equity con sede negli Stati Uniti in Europa è aumentato a un tasso doppio rispetto al resto del mondo. Il valore totale degli asset aziendali europei detenuti negli Stati Uniti è balzato da 1,05 trilioni di dollari nel 2011 a 3,79 trilioni di dollari nel 2024, con quasi il 32% degli asset europei attualmente detenuto da investitori americani. Come ha spiegato un analista di Morgan Stanley, gli investitori statunitensi stanno sfruttando un arbitraggio finanziario, “acquistando in Europa e operando scelte strategiche sulle competenze che desiderano acquisire”.
Le aziende europee sono considerate strutturalmente sottovalutate. Ciò è in parte dovuto alla debolezza dell’euro. Un altro fattore che contribuisce a questo fenomeno è il sottosviluppo dei mercati dei capitali, ovvero una crescente offerta di opportunità di proprietà d’impresa con una domanda insufficiente per consolidare il mercato. I trasferimenti di proprietà delle imprese stanno così accelerando in tutta Europa, a vantaggio di Washington. Di fronte ad un ricambio generazionale tra i proprietari delle aziende europee, il vecchio continente sembra tuttavia impreparato.
La Commissione Europea avverte che ogni anno 600 mila aziende cambiano proprietà, e un terzo è minacciato dalla mancanza di opzioni di successione, lasciando miliardi di euro di capitale europeo vulnerabili all’acquisizione da parte di “predatori” finanziari globali. Ciò è corroborato da dati recenti provenienti da altri paesi europei. Nella sola Germania, 626 mila aziende stanno pianificando un trasferimento d’azienda nei prossimi due anni, pari a un sostanziale 16% di tutte le piccole e medie imprese (pmi). In Slovenia, l’Università di Lubiana ha condotto un sondaggio tra gli imprenditori nel 2024 per studiare questa tendenza.
Alla luce dei recenti sviluppi, i risultati potrebbero non sorprendere, ma sono certamente motivo di preoccupazione. Si prevede che il 34% di tutte le imprese a capitale ristretto cambierà proprietario nei prossimi 10 anni, e il 75% dei proprietari non sa chi subentrerà. Questo è un problema per le aziende, ma anche per i lavoratori. La questione di chi acquisirà le aziende europee - e in che modo - è fondamentale per la stabilità delle economie nazionali e locali e, in ultima analisi, riguarda la sovranità economica e politica dell’Europa. Le pmi sono un motore di occupazione cruciale, responsabili del 71% della crescita occupazionale nell’economia non finanziaria. Le imprese locali sono fonti di innovazione e competitività e “rappresentano la linfa vitale delle economie e delle comunità locali”.
Nel caso delle acquisizioni finanziarie, le conseguenze per la stabilità economica e politica possono essere disastrose. Molti commentatori hanno discusso gli effetti del settore del private equity non solo sulla sostenibilità delle imprese stesse, ma anche sui dipendenti, sulle comunità locali e sugli altri stakeholder della catena del valore. Mentre la Commissione Europea sottolinea l’“autonomia strategica” come una delle sue principali priorità di politica industriale, non è ancora chiaro quali misure concrete e sistemiche stia proponendo per impedire questa “frenesia di shopping” sulle imprese europee. Il "protezionismo proprietario" - ovvero la localizzazione della proprietà aziendale - rappresenta una strada con un potenziale significativo.
In tutto il mondo esistono diverse strutture proprietarie, tra cui la proprietà delegata e la proprietà dei dipendenti, in cui il controllo e gli interessi finanziari sono ancorati, a lungo termine, alle comunità locali, ai dipendenti e ad altri stakeholder. Per alcuni, spiegano gli analisti, potrebbe sorprendere che la localizzazione non comporti alcun costo per l’efficienza e la crescita aziendale. Al contrario, queste aziende tendono a superare i concorrenti tradizionali e a dimostrare una maggiore resilienza alle crisi. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, la proprietà di oltre 10 mila aziende è stata “estratta” dal mercato e radicata nelle comunità locali. Le acquisizioni da parte dei dipendenti sono facilitate da trust perpetui, che privilegiano la creazione di valore a lungo termine rispetto all’estrazione finanziaria a breve termine.
Il cosiddetto modello Esop è un tipo di leveraged buyout in cui l’idea principale è che i dipendenti non debbano investire i propri risparmi. Invece, gli utili futuri dell’azienda vengono utilizzati per estinguere il debito contratto per l’acquisizione. In questo modo, i modelli consentono ai dipendenti di ogni livello, non solo al management, di partecipare alla proprietà. Ed è meno rischioso di quanto alcuni potrebbero immaginare. Le ricerche dimostrano che i tassi di insolvenza sui prestiti Esop sono stati ben al di sotto di quelli di operazioni di private equity comparabili. Un modo per contrastare il protezionismo commerciale e l’espansionismo finanziario americano sarebbe quindi il protezionismo nella proprietà delle imprese.
È comunque necessario emanare una legislazione specifica per garantire certezza normativa ai venditori e modelli sostenibili che ancorino saldamente la proprietà. È noto che anche gli incentivi fiscali che favoriscono i buyout dei dipendenti rispetto ai buyout finanziari svolgono un ruolo cruciale nel facilitare queste transizioni. Inoltre, è essenziale sviluppare una solida infrastruttura finanziaria con una gamma di strumenti finanziari in grado di supportare i leveraged buyout e ridurre il rischio per i finanziatori privati.
2 – Le ripercussioni
Dopo aver definito ed esaminato il meccanismo giuridico e la ripartizione dei poteri, se pur con delle approssimazioni intrinseche ad un vincolo di privacy afferente ad operazioni economico/finanziarie private, è opportuno provare a delineare scenari futuri, sia nel breve che nel medio/lungo periodo.
Partendo dal breve periodo, ovvero il semplice annuncio di nuovi dazi e, come l'ultimo in ordine di tempo, quello di qualche giorno fa relativo alla volontà di fissarne l'ammontare al 30%, si assiste immediatamente ad una flessione dei mercati finanziari la cui onda depressiva arriva sull'economia reale in termini di rallentamento degli investimenti aziendali e timore per i lavoratori: banalmente, se l'azienda vede calare l'utile, non investe e, nel breve periodo, al proseguire delle politiche trumpiane, potrebbe causare licenziamenti e chiusure; sicuramente, s'instilla un sentimento di preoccupazione e timore di ampio raggio rispetto alla forza lavoro europea (dagli imprenditori all'ultimo degli assunti in una qualsiasi azienda), che ne scoraggia ogni ambizione: dall'ampliamento di un sito produttivo alla stipula di un mutuo per comprare casa: problemi reali e concreti a fronte di un sentimento di rabbia d'oltreoceano. La parola chiave delle ripercussioni immediate è: stallo.
Assumendo l'ulteriore parametro d'analisi gli investimenti privati americani in Europa (in forma aggregata), anch'essi, in seconda battuta, subiscono un rallentamento; è qui il pivot della mossa di Trump: mantenere gli investitori USA sul territorio ed indurli a scommettere sulle aziende americane, ovvero su quei siti industriali stanziati in quella parte di paese nella quale ha ricevuto maggiore consenso elettorale: il 47° Presidente usa uno dei pochi poteri Costituzionali a sua disposizione in materia di politica estera per soddisfare i palati elettorali a suo esclusivo vantaggio. Esclusivo poiché i dazi di febbraio 2025 furono aboliti dal Congresso nel quale il suo stesso partito ha la maggioranza dei seggi.
Sul medio e lungo periodo entra in gioco la questione Rearm-EU: sulla base di quello che in politica si definisce volo pindarico, e sull'ormai approvato investimento dei Paesi N.A.T.O. avente come obiettivo il raggiungimento della spesa 5% del P.I.L. in ambito militare, se il P.I.L. accusa una flessione in numeri assoluti causata dalla flessione industriale dovuta ai dazi, il conseguente investimento in materie prime, tecnologia, strutture, forza lavoro ed infrastrutture logistiche volti al progresso militare, avranno come risultato concreto un numero (puro) insufficiente di armamenti (in senso ampio del termine) per far fronte ad un ipotetico nemico esterno. La conseguenza più ovvia, di fronte alla minaccia di un nemico potente, è l'acquisto di quella parte di armi e mezzi che non si è riusciti a produrre e che diventano necessari per fronteggiarlo.
Ed i paesi N.A.T.O. europei, da chi andranno a chiedere aiuto?
In conclusione di questa breve e macro analisi internazionale volta a stimolare un dibattito più approfondito ed arricchito delle opinioni altrui, va sottolineato un aspetto elettorale della manovra trumpiana: il minor consenso elettorale lo ha ottenuto negli Stati costieri, ovvero quella parte di Federazione che vive di finanza, servizi e da dove partono gli investitori alla volta del vecchio continente: logorando i mercati europei e, come descritto, i profitti degli investitori USA derivanti dalla flessione dei ricavi americani in terra d'Europa, Donald Trump va a logorare la potenza d'investimento dei suoi nemici politici interni, quegli investitori che hanno sostenuto Kamala Harris nelle ultime elezioni e che avranno maggiore difficoltà nel sostenere il prossimo candidato democratico alla ormai prossima vicina tornata elettorale, Congresso permettendo.

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