
Come possiamo definire il voto del PD al Parlamento Europeo sulla proposta di “riarmo”?
Un autogol? Per i più anziani, il centromediano del Cagliari Comunardo Niccolai, pur bravissimo (nazionale e scudettato), si rese famoso per il suo “vizietto” di fare gol nella sua porta. Esattamente come il PD.
Una “calimerata”? Intesa come “noi coraggiosi del PD”, che andiamo contro tutto e tutti. Esattamente come Calimero “piccolo e nero”.
Un gesto degno dell’indimenticabile Tafazzi? Sì, abbiamo ragione, ma ci facciamo del male da soli? Esattamente come accaduto con i voti del PD.
Per un partito plurale come il nostro, la decisione che si presentava non era per niente semplice. Il classico scenario in cui qualunque scelta avresti fatto sarebbe stata giudicata come sbagliata.
Votare sì? Andando contro la decisione della Segretaria, spaccando il PD nazionale e prendendosi i prevedibili strali di “pacifisti, grillini e sinistra-sinistra”.
Votare no? Andando contro la decisione del PSE e della Segretaria, con le prevedibili lamentele e attacchi dei riformisti.
Votare astensione? Di nuovo contro la decisione del PSE, ed esponendosi ai comprensibili giudizi di chi sostiene che il PD non è né carne né pesce.
Risultato?
“Grande è la confusione sotto il cielo” del Compagno Mao, che, pur non iscritto al PD, sembra avere tra noi molti adepti.
Domanda: non era possibile muoversi in maniera diversa? Ah, saperlo!
Al di là delle ragioni di merito, tutte legittime, quello che – secondo me – pare essere venuto meno è il rispetto delle minime regole democratiche interne. Che dovrebbero regolare un partito.
Se vale (ancora?) che per ogni livello – locale, regionale, nazionale, europeo – dovrebbe decidere chi vi è stato eletto, forse avrebbero dovuto essere proprio il PSE e il suo Gruppo Parlamentare a dover prendere una decisione a maggioranza, che poi vincolasse tutti come un partito democratico ed europeo che si rispetti. Troppo semplice da capire?
Se in subordine (per ragioni a me incomprensibili) si voleva decidere autonomamente come PD e gruppo italiano, la proposta della Segretaria, una volta messa ai voti e decisa a maggioranza (anche per un solo voto), andava poi assunta da tutto il nostro gruppo parlamentare europeo.
I nostri Guelfi e Ghibellini dell’11 a 10 si sono resi conto del guaio creato al PSE e al PD? Soprattutto nella delusione, amarezza e sconcerto delle migliaia di iscritti impegnati ogni giorno nei territori per sviluppare e promuovere un PD capace di proporsi per futuri governi.
Proprio noi, che siamo andati sabato in piazza a Roma per un’Europa “unita e democratica”, come possiamo essere credibili, se nemmeno nel nostro “condominio” siamo capaci di essere uniti e democratici?
Certo, sono cambiati tempi e contesti, ma a Calimero – mai stato “comunista” – a questo punto viene un po’ da rimpiangere il vecchio PCI. Presa una decisione, vale per tutti e, se non è possibile la sintesi, decide il Segretario.
Questa triste vicenda ha reso evidente l’assenza nel PD e nella prospettata futura coalizione di una chiara visione politica riguardo alle politiche internazionali. A tale proposito, non solo il voto sul “riarmo”, ma anche le questioni ucraine e palestinesi sono lo specchio di questa mancanza.
Come giustamente affermato da Michele Serra, “Non c’è pace senza libertà, così come non c’è libertà senza pace!” A questo quesito dovremmo saper rispondere, possibilmente insieme.
Amen.

In secondo luogo implicherebbe una specie di "vincolo di mandato" obbligando i parlamentari ad adeguarsi alla volontà del gruppo. Bisognerebbe trovare un modo diverso (ad esempio trovare delle forme all'interno dei gruppi per esprimere il dissenso senza impattare sul voto in aula).
Perché se il un gruppo conta il 51% in parlamento e il 51% del 51% può stabilire la linea, significa che il 26% decide per tutti! E' matematica non propriamente democratico.
Quindi, in mancanza d'altro e a mio personale giudizio, l'astensione mi pare l'unico strumento utilizzabile in casi come questi.
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