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Boris Pahor a Monza per Novaluna.
Giovedì 26 novembre alle 21 al Binario 7.

Boris Pahor

 

Boris Pahor (1913), decano della letteratura slovena, nasce e vive a Trieste. In questa città ha
insegnato per molti anni letteratura slovena e italiana all'istituto magistrale. Testimone coraggioso dei crimini fascisti e voce vibrante di una minoranza linguistica perseguitata, dopo l'8 settembre si unisce alla resistenza antifascista slovena.

 

Tradito da una delazione finisce deportato nei lager nazisti dal 1944 al 1945: una tragica vicenda rievocata nel suo capolavoro, Necropoli (1967) che gli è valsa nel 2007 la candidatura al premio Nobel. Finita la guerra, torna nella città natale, aderendo a numerose imprese culturali dell'associazionismo cattolico e non-comunista sloveno. Nel 1975 Pahor pubblica, assieme all'amico poeta triestino Alojz Rebula, il libro “Edvard Kocbek: testimone della nostra epoca”. Nel libro-intervista si denuncia il massacro di 12.000 prigionieri, appartenenti alla milizia anti-comunista slovena (domobranci), e i crimini delle foibe perpetrati dal regime comunista jugoslavo nel maggio del 1945. Il libro provoca durissime reazioni da parte del governo jugoslavo: le sue opere vengono proibite e a Pahor viene vietato l'ingresso in Jugoslavia. La sua ultima fatica è “Tre volte no” di quest'anno in cui Pahor ripercorre la sua esperienza personale con i tre no che oppose al fascismo, al nazismo e al comunismo di Tito, a partire dall'incendio della Narodni Dom, la casa di cultura slovena, appiccato dagli squadristi triestini nel 1920. “Il fascismo ci aveva portato via le scuole, la lingua, persino i nomi. Tutto ciò che poteva esprimere, anche vagamente, la nostra identità nazionale fu cancellato.”
E a proposito del Giorno del ricordo, istituito per commemorare le vittime delle foibe e l'esodo degli istriani, fiumani e dalmati, dice: “sacrosanto che si sappia delle foibe. Ma altrettanto sacrosanto che si sappia del fascismo e soprattutto della sua aggressione alla comunità slovena. Bastonature, incendi, condanne a morte, cognomi e nomi cancellati, una lingua negata. E molti dimenticano che questo accadeva già vent'anni prima della guerra”. Ricordiamocene il 10 febbraio.

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