0 – Introduzione
“Con la vostra tolleranza v'invaderemo, con la nostra perseveranza vi domineremo”.
Le parole dell'Imam suonarono da monito; era il 1984, Egitto, e l'allora Imam della comunità musulmana de Il Cairo pronunciò queste parole in un'intervista al TG2 italiano.
18 agosto 2017: siamo all'indomani del sanguinario attentato sulla via de La Rambla a Barcellona, dove, in una tranquilla giornata di turismo e socialità ispanico/catalana un guerriero islamico dell'ISIS fa scempio di corpi, percorrendo la strada a tutta velocità, su una macchina, facendo degli esseri umani dei birilli da abbattere.
Al grido di Allah akbar (Allah è grande) un pazzo furioso, indottrinato a suon di menzogne, uccide chiunque abbia ritenuto “infedele” sulla base del nulla cognitivo, violando ogni umana regola di convivenza e l'ancor pià grave senso di umana coabitazione del mondo; cosa è scattato nella mente di un essere umano per indurlo a tale gesto? Quale lavaggio del cervello ha subito per non comprendere ciò che stava facendo? Qual'è stata la molla che ha scatenato l'odio pià bieco fin dentro nel suo cuore che pur pulsava come quello di tutte le vittime della sua cieca follia?
1 – il dialogo interreligioso slancio delle politiche di osmosi culturale.
In origine vi era incompatibilità tra gli uomini, espressione di una fede distrorta e potenzialmente distruttiva, a volte negata, a volte ribadita attraverso vere e proprie dichiarazioni pubbliche. Tra queste, il sacerdote francese riporta la Déclaration Islamique di Alija Izetbegovic, capo di Stato della Bosnia-Erzegovina dal 1990 al 2000, in cui la strategia di conquista islamica viene illustrata senza tanti giri di parole: “Non può esservi né pace né coesistenza tra la religione islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche […] La rinascita islamica non può comunicare senza una rivoluzione religiosa, ma questa non può proseguire né essere portata a buon fine senza una rivoluzione politica. Il nostro compito prioritario deve essere quello di conquistare non già il potere, ma gli uomini […] Il sostegno che un popolo musulmano offre infatti a un regime in carica è direttamente proporzionale al carattere islamico di quest’ultimo. […] Dobbiamo essere innanzitutto predicatori e soltanto dopo soldati. […] Il movimento islamico deve prendere il potere non appena venga a trovarsi in una situazione morale e numerica tale da consentirgli di rovesciare il governo non islamico”.
Che la strada percorsa fino al 2017 nei rapporti tra cristianesimo e islam sia quella sbagliata è confermato anche da mons. Germano Giuseppe Bernardini, arcivescovo emerito di Smirne, città turca, un tempo cristiana e sede episcopale di san Policarpo, martirizzato nel 155, che nella sua prefazione al libro, rivolto anche alle istituzioni ecclesiastiche, invita ad un cambio radicale di approccio al fenomeno islam: “È necessario fronteggiare questa invasione ed offrire ad essa un dialogo diverso da quello imposto dalle istituzioni politiche, preoccupate finora unicamente degli aspetti socio-economici del fenomeno. Dev’essere anche corretto il dialogo intrapreso dal mondo ecclesiastico, che, in maniera sorprendente, si rivela spesso altrettanto ‘ignorante’ dell’islam quanto ingenuo, e s’illude pensando si poter utilizzare le categorie della logica aristotelica e della ragione con un interlocutore che le nega: impossibile dialogare con la parola scritta ab aeterno nel Corano!”.
Per invertire la suicida rotta di autodissoluzione sulla quale sembra drammaticamente incanalata l’Europa odierna, mons. Bernardini nel suo testo di prefazione, auspica un provvidenziale recupero dello spirito di Lepanto, Budapest e Vienna che possa finalmente riuscire a dare nuova linfa alla Cristianità smarrita e contrastare la subdola espansione dell’islam.
Una progressiva ma inesorabile avanzata che ha rimpiazzato i cannoni e le armi dei giannizzeri, che terrorizzarono la Cristianità nei secoli scorsi, con le altrettanto efficaci e distruttive armi democratiche e demografiche odierne, grazie alle quali l’islam riuscirà a conquistarci senza troppi spargimenti di sangue, secondo quanto pronunciato nel corso di un incontro ufficiale sul dialogo islamo-cristiano da un autorevole personaggio musulmano, che rivolgendosi ai partecipanti cristiani, disse a un certo punto con calma e sicurezza: «Con le vostre leggi vi invaderemo e con le nostre vi domineremo».
Oggi come ieri, terrore e poligamia, sotto la veste moderna di attentati e moltiplicazione demografica, rappresentano le due armi principali che rendono possibile la progressiva espansione dell’Islam al di fuori dei propri territori.
L'approccio fondamentalista risulta quanto meno divisivo rispetto alla pura propensione religiosa di pace e fratellanza tra gli esseri viventi, creati – secondo dottrine religiose – da entità trascendenti dotate del grado maggiore di potere sull'umanità e pensanti secondo un principio di amoreveole convivenza tra tutto il creato.
Viene a riproporsi quel dialogo Stato-Chiesa che riempie libri di storia occidentale, anima le riflessioni più profonde, stimola dibattiti e promuove atti normativi facenti da discliplina della soggettività più intima mai concecipita; la grande sensibilità verso l'astrattezza della norma di Stato in ambito religioso, frutto di un ormai più che evidente multiculturalismo stanziatosi sul territorio, non può non passare dallo stimolare ogni forma di dialogo tra i culti, la cui professione è tutelata costituzionalmente: è così che nel 2003, l'allora Ministro per gli affari interni, Giorgio Pisanu, in un'intervista a La Repubblica, mise in luce la via nazionale al dialogo ed alla ricomposizione del senso della cumunità aperta al “nuovo” ed al diverso, secondo la volontà di sovrintendere ad un patto tra i cattolici e gli islamici moderati, senza dimenticarsi di far presente la linea dura contro gli estremismi.
"È naturale che l'idea della silenziosa invasione islamica inquieti anche molti spiriti liberali e faccia paura alla pubblica opinione. Io cerco di capire la comunità islamica italiana per trovare al suo interno interlocutori rappresentativi e attendibili. Di certo non voglio lasciarla in balìa delle sue molte anime e voglio invece offrirle una via nazionale al dialogo e alla ricomposizione".
Il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, ha deciso di scendere in campo per mettere ordine nella più intricata e esplosiva questione del momento: il radicalismo islamico in Italia. "L'Islam italiano deve armonizzarsi alla realtà italiana. Perciò anche noi vogliamo fare la nostra parte senza lasciare ad altri la possibilità di condizionare dall'esterno questa operazione". Un disegno fondato su un doppio binario e che guarda alla realtà del Mediterraneo.
La necessità di trovare una soluzione che sia la più adatta alla realtà italiana.
Il ricordo di Lelio Basso e di Giorgio La Pira per il loro impegno euro-arabo.
Gli "altri" sono gli Stati musulmani e le organizzazioni integraliste straniere che tentano di mettere le mani sull'islam d'Italia. E' la prima volta che un ministro si impegna direttamente e pubblicamente per favorire la nascita di un "islam italiano compatibile con le nostre leggi e i nostri valori". Pisanu lo fa in una congiuntura interna e internazionale grave e dalle prospettive inquietanti: "Al terrorismo islamico abbiamo inflitto perdite gravissime ma è ancora forte e attivo. Non escludo che possa colpire direttamente in qualsiasi momento anche in Italia". La possibile guerra all'Iraq rischia di saldare il fronte del terrorismo endogeno di matrice anarchica e marxista con quello islamico che è ben radicato anche in Italia: "Voglio andare incontro ai moderati e fronteggiare gli estremisti con tutta la fermezza necessaria", così Pisanu spiega il doppio binario del suo Patto con l'islam, "le moschee devono chiudere le porte alla propaganda politica e, come talvolta è accaduto, al fiancheggiamento del terrorismo".
All'inizio del nostro incontro nel suo studio al Viminale, Pisanu è tornato con la memoria a trenta anni fa, quando nel 1973 insieme a Lelio Basso fu tra i fondatori dell'Associazione dei parlamentari euro-arabi che ebbe un ruolo rilevante nel favorire il dialogo tra il cristianesimo e l'islam. Ricorda anche l'insegnamento di Giorgio La Pira e la sua visione profetica di un Mediterraneo pacificato mediante la riunificazione dei tre rami della famiglia abramitica, ebrei, cristiani e musulmani. Il legame di Pisanu con l'islam è di vecchia data e s'ispira a un filone culturale e ideale improntato al dialogo e all'intesa. Ma nelle vesti di ministro dell'Interno deve conciliare l'auspicabile con il possibile, partire dalla realtà per tentare di realizzare il sogno della pacifica convivenza dell'islam in Italia. Quello che è certo è con questa intervista inizia una nuova pagina nel rapporto tra lo Stato italiano e l'islam.
L'islam e i musulmani oggi non godono di buona fama nel nostro paese. Gli italiani sembrano sempre più preoccupati. Lei come principale responsabile dell'ordine pubblico come valuta questa situazione?
"Cattiva fama e preoccupazione, specialmente dopo il massacro immane delle Twin Towers, si spiegano agevolmente. Ma bisogna anche riconoscere che le opinioni correnti sull'islam sono spesso viziate da pregiudizi e disinformazione. Questo vale soprattutto per la comunità islamica italiana: una realtà di recente formazione, in gran parte sconosciuta, magmatica, difficile da capire. La sto studiando. Possiamo calcolare un milione di musulmani, a stragrande maggioranza uomini, provenienti da nazioni ed etnie diverse dell'Africa, dell'Europa e dell'Asia, spesso privi di riferimenti stabili o raccolti in gruppi eterogenei più o meno organizzati. Tanto che si parla di molti islam presenti in Italia: quello delle confraternite, quello dei mistici (Coreis e Ami), quello delle moschee (Ucoii e Fratelli musulmani), quello degli Stati arabi, quello dei radicali (l'Istituto culturale di viale Jenner, l'Umi e il Partito islamico) e, infine, quello dei convertiti formato da circa diecimila cittadini italiani. Da questo arcipelago si alzano voci e proposte contraddittorie, talvolta pacifiche e costruttive, tal altra provocatorie e minacciose".
Per lei quale pesa di più?
"In Italia e altrove si agita lo spettro di una "Riconquista" islamica dell'Europa che, secondo molti, procederebbe sulle gambe degli immigrati, senza trovare resistenze adeguate nella cultura giudaico-cristiana e nelle istituzioni democratiche. Ha detto un autorevole leader musulmano: "Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo". E' naturale che l'idea della silenziosa invasione inquieti anche molti spiriti liberali e faccia paura alla pubblica opinione. Io so che la paura è una cattiva consigliera e guardo più in là, cercando di capire la comunità islamica italiana per trovare al suo interno interlocutori rappresentativi e attendibili. Di certo non voglio lasciarla in balia delle sue molte anime e voglio invece offrirle una via nazionale al dialogo e alla pacifica ricomposizione".
Finora l'Italia non è intervenuta nella "questione islamica" ritenendo che lo Stato laico non debba interferire negli affari religiosi. Tuttavia l'islam ha una sua specificità non avendo né un clero né un Papa. Storicamente non è mai esistito un islam allo stato puro, l'islam è sempre stato forgiato dal modello nazionale, politico, comunitario, ideologico e culturale. Se l'Italia assiste inerte all'evoluzione dell'islam sul proprio suolo, il ruolo di forgiatore dell'islam verrà assunto da altri stati o organizzazione islamiche straniere. Lei non pensa che sia giunto il momento per l'Italia di riesaminare la sua posizione e di assumersi la sua responsabilità?
"Questo governo non è inerte. A parte la nuova politica estera del presidente Berlusconi e la sua coraggiosa apertura di credito ai musulmani moderati dell'Akp turco, debbo dirle che già da tempo, e il mio ministero in particolare, abbiamo iscritto la Questione islamica al nostro ordine del giorno. E del resto, come potremmo ignorarla? I musulmani rappresentano il 37% dell'immigrazione totale e la loro comunità sta crescendo impetuosamente anche sul piano delle strutture organizzative. Non vogliamo che il suo insediamento sia ostile, o estraneo o indifferente allo Stato italiano. Per questo ce ne occupiamo con spirito di tolleranza, ma anche con grande attenzione alla nostra identità e ai nostri ordinamenti. L'Islam italiano deve armonizzarsi alla realtà italiana. Perciò anche noi vogliamo fare la nostra parte senza lasciare ad altri la possibilità di condizionare dall'esterno questa operazione".
Lei sta facendo un'apertura politicamente e culturalmente molto importante. Facciamo un passo avanti. Il precedente governo D'Alema e l'attuale governo Berlusconi si sono detti disponibili a sottoscrivere l'Intesa con i musulmani, così come è stato con altre confessioni religiose. Sennonché i musulmani sono stati incapaci di concordare una rappresentanza e una piattaforma programmatica unitaria. A questo punto l'Italia potrebbe seguire l'esempio della Francia il cui ministro dell'Interno ha promosso una Consulta dei musulmani per individuare gli interlocutori e stabilire le regole che consentano l'elezione di un organismo rappresentativo. Lei sarebbe pronto a promuovere un'iniziativa simile?
"Il modello francese non è esportabile. Basti considerare che quella comunità islamica rappresenta il 10% della popolazione; che il suo insediamento risale agli inizi del secolo scorso (la Grande Moschea di Parigi è del 1924) e che si è assimilata a tal punto da considerare la cittadinanza francese non solo come un mezzo di promozione economica e sociale, ma anche come elemento di identità e motivo di orgoglio. La comunità musulmana italiana, invece, è molto più giovane, multiforme, precaria e, proprio per questo, meno governabile. E infatti il tentativo di costituire un Consiglio islamico italiano è fallito sul nascere, come, del resto, nel Regno Unito, in Spagna e in Belgio. Tuttavia il Consiglio islamico resta per me un obiettivo da perseguire".
Per arrivare a quale risultato?
"Quello che voglio è andare incontro ai moderati e fronteggiare gli estremisti con tutta la fermezza necessaria".
Ministro, mi sta dicendo che intende fare un patto di piena e civile convivenza con l'islam moderato d'Italia purché prenda le distanze dal radicalismo?
"Sì. Naturalmente sono consapevole che fino a quando mancherà un interlocutore rappresentativo e affidabile, mancherà la condizione di base per avviare l'intesa. Nel frattempo si possono però fare passi importanti. Penso innanzitutto alla legge, ora all'esame del parlamento, che dovrà garantire, allo stesso tempo, libertà di associazione religiosa e singoli statuti pienamente compatibili col nostro ordinamento. E penso anche a provvedimenti specifici che rispondano concretamente ad esigenze proprie dei musulmani (cibi halal, assistenza religiosa negli ospedali e nelle carceri, aree autonome per la sepoltura eccetera). In questo modo fugheremo ogni sospetto di discriminazione e toglieremo argomenti ai gruppi estremisti".
L'obiettivo dello Stato dovrebbe essere quello di favorire la nascita di un "islam italiano". Significa attivarsi e investire per creare una classe di imam, guide religiose, di cittadinanza e cultura italiana, per trasformare le moschee in "case di vetro" aperte e accettabili dagli italiani. L'Italia è pronta a assumersi questa responsabilità?
"Io voglio arrivare a un islam italiano compatibile con le nostre leggi e i nostri valori. Ma per riuscirci non basta il nostro impegno. Occorre che la comunità dei moderati si distacchi progressivamente dalla concezione totalizzante di un certo islam (religione-società-Stato) e che le moschee diventino sempre più luoghi di preghiera, chiudendo le porte alla propaganda politica e, come talvolta è accaduto, al fiancheggiamento del terrorismo. La conquista della laicità, del resto, è già un dato di fatto, seppure in condizioni peculiari, per molti paesi musulmani come la Turchia, l'Egitto, l'Algeria, il Marocco, la Tunisia, la Siria ed altri ancora".
La tragedia dell'11 settembre ha fatto emergere la realtà di un islam radicale autoctono europeo, che nasce e si consolida in Europa. Varie fonti indicano che in Italia risiedono centinaia di mujahidin, combattenti islamici, che hanno combattuto in Bosnia o in Afghanistan. Le indagini giudiziarie hanno confermato i legami degli islamici in Italia con le reti del terrorismo internazionale. Lei considera l'Italia un paese a rischio? Ritiene possibile un attentato di matrice islamico nel nostro paese?
"Purtroppo è possibile. Al terrorismo islamico in Italia abbiamo inflitto perdite gravissime (116 arrestati solo nell'ultimo anno), ma è ancora forte ed attivo. E' ben inserito in Al Qaeda o, comunque, in una rete europea e intercontinentale dove svolge funzioni prevalentemente logistiche: dalla raccolta di fondi con mezzi leciti e illeciti, alla falsificazione di documenti e al reperimento di armi. Questo non esclude che possa colpire direttamente in qualsiasi momento".
La possibile guerra contro l'Iraq rischia di diventare il catalizzatore di tutte le forze che per una ragione o un'altra condividono l'antiamericanismo. Il rischio è che si saldi un fronte del terrorismo internazionale che leghi islamici radicali e gruppi terroristi di estrazione diversa, compresi quelli operanti sul suolo italiano. Negli anni Sessanta e Settanta l'Italia ha conosciuto la saldatura tra le Brigate Rosse, i terroristi palestinesi e taluni stati che sponsorizzavano il terrorismo (Libia, Siria, Iraq). Ebbene questo scenario oggi potrebbe ripetersi con gli islamici radicali. Come valuta questo rischio e come vi preparate a fronteggiarlo?
"E' un rischio incombente che potrebbe concretizzarsi nella malaugurata ipotesi della guerra in Iraq. Taluni gruppi italiani hanno una certa dimestichezza col terrorismo di matrice islamica, altri stanno mandando segnali in quella direzione. E non è solo l'antiamericanismo che può unirli. Ricordo, per esempio, che nell'Islam dei convertiti italiani militano vecchi estremisti di sinistra e di destra. Naturalmente stiamo prendendo le contromisure necessarie, ma di questo non parlo".
Gli autori delle stragi dell'11 settembre erano dei giovani laici e incensurati prima di convertirsi alla causa di Bin Laden in Europa. Questa realtà pone la tematica più ampia della crisi d'identità dei musulmani e, più in generale, degli immigrati. In questo contesto serve probabilmente una nuova politica e una nuova cultura che prevengano l'emarginazione e agevolino l'integrazione e la concessione della cittadinanza. Lei sarebbe favorevole?
"Agli islamici moderati dobbiamo offrire subito una buona politica che miri non tanto all'integrazione immediata, quanto all'inclusione graduale o almeno alla serena convivenza nella società italiana che li ha accolti e che è disposta a tenerli sia come ospiti rispettosi, sia come cittadini a pieno titolo, con gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli italiani. Agli estremisti, invece, dobbiamo rispondere con rigore e determinazione".
2 – I massimi sistemi: dal Concilio Vaticano II a Papa Francesco ed Il Grande Imam di al-Azhar Ahmad alTayyeb.
E' il Concilio Vaticano II ad aprire ufficilamente un canale di dialogo potentissimo e di enorme risonanza tra la Chiesa Cattolica ed il culto islamico: il documento chiave che ne esplicita gli intenti e gli obiettivi è la dichiarazione Nostra Aetate, storica dichiarazione del Concilio Vaticano II sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane e che lo scorso 28 ottobre ne sono stati commemorati i 60 anni dalla sua pubblicazione. E’ un importante documento che ha ispirato e guidato la Santa Sede e le Chiese di tutto il mondo nel costruire rapporti e promuovere la collaborazione con gli aderenti delle diverse tradizioni religiose. Documento conciliare che rappresenta un riferimento e che traccia l’itinerario per un dialogo nel rispetto reciproco e che ha aperto una fase di dialogo e rispetto reciproco specialmente verso l’Ebraismo e l’Islam, promuovendo l’unità.
Il cammino del dialogo interreligioso anche come mezzo per ricucire le incomprensioni, prevenire conflitti e costruire ponti di fratellanza e amicizia in un mondo pervaso da guerre e divisioni. Per affrontare le sfide attuali occorre rafforzare l’impegno al fine di una maturazione di una cultura dell’incontro. Anche se a volte si presentano degli ostacoli e divergenze, esistono numerose occasioni in cui i vari esponenti delle diverse religioni possono offrire, senza rimanere arroccati sulle proprie idee, il loro contributo e le loro esperienze per approfondire e confrontarsi insieme con maggiore intensità. In questi tempi difficili, la Chiesa cattolica comunque tenendo anche come riferimento le ispirazioni emerse nel Concilio Vaticano II in merito al dialogo interreligioso rimane sensibile al tema. Oltre alla Nostra Aetate, la Chiesa è più volte intervenuta sul dialogo interreligioso: con la Redemptoris Missio nel 1990 in cui si fa riferimento al dialogo con i fratelli di altre religioni, un dialogo che scaturisce dal rispetto per tutto ciò che nell’uomo ha operato la Spirito che soffia dove vuole. E’ ancora vivo il ricordo della storica visita di San Giovanni Paolo II nel 1986 presso la Sinagoga di Roma. Molto è ancora da fare, ma l’ apertura pastorale e missionaria che continua ad ispirare il popolo di Dio e del Santo Padre Papa Leone IV, è quella del dialogo, rispetto, ascolto, arricchimento reciproco e fratellanza evitando ogni forma di discriminazione religiosa. Papa Leone XIV con il primo viaggio apostolico in Turchia e Libano (nov-dic.2025), ha sottolineato l’importanza di costruire ponti. Il dialogo interreligioso quindi perno fondamentale, che non è solo una ricerca intellettuale, ma un’ inevitabile impegno morale e sociale.
Sono soprattutto quattro le direttrici dialogiche incessantemente percorse da parte cattolica: la valorizzazione dei “semi del Verbo” presenti nelle altre tradizioni religiose11; la libertà religiosa12; la fratellanza universale; la pace13. Alcune tappe significative del dialogo islamocristiano: il discorso di San Giovanni Paolo II ai giovani tenuto a Casablanca il 19 agosto 1985, che prelude al grande incontro di preghiera per la pace tenuto ad Assisi il 27 ottobre 1986. La formula scelta per quest’ultimo incontro, che radunò insieme rappresentanti di tutte le grandi religioni del mondo, fu: “stare insieme per pregare”14, non “pregare insieme”. Ciò significa conoscere e riconoscere tutto ciò che è comune e nello stesso tempo non nascondere le differenze: nessuno ha il diritto di “appropriarsi” indebitamente di ciò che appartiene all’orizzonte ermeneutico di un’altra religione, né le differenze vanno annullate in una specie di “super-religione”; nello stesso tempo si condividono la tensione e la preghiera per la pace come scopo di tutte le confessioni religiose, riconoscendo che la pace non è solamente conquista umana ma anche e primariamente dono di Dio, sotto qualsiasi nome egli sia invocato. Il magistero di Benedetto XVI ha sottolineato in particolare i rapporti tra fede e ragione e, mettendo sempre in guardia dal pericolo del sincretismo e del relativismo, ha sviluppato ulteriormente e con le diverse religioni il dialogo, insistendo sulla ricerca comune della verità e rimarcando fortemente la necessità di garantire per tutti la libertà religiosa per la costruzione della pace. Purtroppo, nella storia del dialogo islamocristiano, egli rimane noto per l’incidente causato dalla lectio magistralis da lui tenuta all’università di Regensburg il 12 settembre 2006. Sviluppando il rapporto tra fede e ragione, egli portò come esempio un dialogo medievale tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un dotto persiano anonimo, in cui l’imperatore accusava Muḥammad di avere imposto l’Islam non con la ragione ma con la violenza. Naturalmente il discorso suscitò un vespaio con manifestazioni anche violente in tutto il mondo islamico, oltre a una risposta piuttosto piccata da parte di un gruppo di 38 dotti musulmani. Benedetto cercò di giustificarsi in diversi modi: aggiungendo delle note alla pubblicazione del suo discorso, ribadendo che la posizione della Chie sa cattolica era e rimaneva quella di NA 3 e soprattutto con il suo viaggio in Turchia alla fine di novembre dello stesso anno.
L’incidente tuttavia fu l’occasione affinché il dialogo islamocristiano riprendesse vigore dopo la pubblicazione, il 13 ottobre 2007 da parte di 138 saggi musulmani, della “Lettera Aperta e Appello” intitolata “Una parola comune tra noi e voi” a tutti i capi delle chiese cristiane, in primo luogo al capo della Chiesa cattolica. In seguito a questa lettera furono intrapresi dei forum cattolico-islamici assai utili. Con l’arrivo di Papa Francesco alla guida della Chiesa cattolica anche il dialogo interreligioso compie un passo avanti decisivo, senza scostarsi tuttavia dalla linea tracciata dal Concilio Vaticano II. Gesti, incontri, viaggi e discorsi di questo Papa sono tesi a un unico fine: incontrare l’altro senza paura, anche affrontando dei rischi, per fare in modo che le differenze di religione non diventino un ostacolo al raggiungimento della pace. Fin dall’inizio egli mostra un atteggiamento molto amichevole verso i musulmani. Per esempio, nella sua prima Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (del 2013) egli afferma: “Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza” (n. 253). In un discorso pronunciato ad al-Azhar, al Cairo, il 28 aprile del 2017 egli disegna la road map del dialogo interreligioso, che dovrebbe avere tre caratteristiche: “il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni”15. Si potrebbe dire che in questo modo Papa Francesco apre la strada al celeberrimo Documento di Abu Dhabi sulla fratellanza umana, ribadito poi dai viaggi in Marocco (30-31 marzo 2019) e in Iraq (5-8 marzo 2021).
Dichiarazioni islamiche sul dialogo16 Ma il cammino del dialogo islamo-cristiano non ha come unica protagonista la Chiesa cattolica. Anche il mondo islamico si è mosso. Tra le numerose dichiarazioni islamiche sulla libertà, sulla cittadinanza e sull’ecumenismo, citiamo le più significative. - Il “Messaggio di Amman” del 2004, dedicato alla tolleranza e all’unità del mondo islamico. L’anno successivo, nel luglio del 2005, quasi 200 dotti musulmani di 50 nazioni danno una definizione su chi sia un “musulmano” e vietano il takfīr (la “scomunica islamica”) contro otto scuole giuridiche – quattro sunnite e quattro sciite – contro il “vero” sufismo e contro il salafismo “autentico”17. - “Una parola comune tra noi e voi” dell’ottobre 2007, la già citata famosa lettera aperta firmata inizialmente da 138 studiosi musulmani – a cui si aggiungono in seguito molti altri – che risponde a Papa Benedetto XVI dopo la lezione all’Università di Ratisbona del 12 settembre 200618. - La Conferenza Internazionale sul Dialogo di Madrid del 2008 che riunisce circa 300 delegati da tutto il mondo, rappresentanti della religione musulmana, ebraica, cristiana, induista, buddista, scintoista e confuciana19. - La “Dichiarazione di Mardin” in Turchia nel 2010 – contro la fatwa di Ibn Taymiyya sul ǧihād e il concetto di hiǧra (emigrazione) – dove si parla per la prima volta di “cittadinanza” per tutti. Gli studiosi dichiarano che si tratta di andare oltre la vecchia visione del mondo diviso fra musulmani e non musulmani20. - La “Dichiarazione di al-Azhar sul futuro dell’Egitto” nel 2011, nella quale si auspica uno Stato nazionale democratico moderno basato su una Costituzione che preveda la separazione tra i poteri dello Stato e le Istituzioni giudiziarie21. - La “Dichiarazione di al-Azhar e degli intellettuali a sostegno della volontà dei popoli arabi” del 2011, chiamata anche “Documento della primavera araba e del sostegno ai movimenti di liberazione araba”. - Il “Documento di al-Azhar sul sistema delle libertà fondamentali” nel 2012, che tratta quattro tipi di libertà: di credo, di opinione ed espressione, di ricerca scientifica, di creatività letteraria e artistica. - Il “Documento di al-Azhar per il rifiuto della violenza in Egitto” nel 2013. - Il “Documento di al-Azhar per i diritti della donna” nel 2013. - Il Forum per la Promozione della pace nelle società musulmane e la “Dichiarazione di Marrakech” nel 2016, che raduna 250 studiosi musulmani provenienti da oltre 120 nazioni, sul riconoscimento dello Stato-nazione come forma privilegiata della vita politica22. Diverse conferenze, dal 2014 al 2016, hanno discusso e promosso il concetto di cittadinanza per superare la discriminazione verso le comunità non-musulmane prevista dalla giurisprudenza tradizionale e per contrastare i progetti islamici transnazionali, come l’I.S.I.S., che mirano a un’edificazione di un ordine islamico universale. - La “Dichiarazione di al-Azhar per la cittadinanza e la coesistenza” nel 2017, rilasciata al termine di una conferenza organizzata al Cairo da al-Azhar e dal Consiglio dei Saggi musulmani, intitolata “Libertà e cittadinanza, diversità e integrazione”. Alla conferenza partecipano oltre 600 persone tra accademici, politici e autorità religiose cristiane e musulmane provenienti da circa 50 diversi Paesi23. - Il Congresso delle Comunità Musulmane di Abu Dhabi nel 2018, che vede la partecipazione di 400 personalità religiose, intellettuali e figure politiche di istituzioni islamiche, provenienti dal mondo non islamico, di oltre 140 Paesi di tutto il mondo. Il tema, “Il futuro del musulmano: opportunità e sfide”, affronta di nuovo la questione della cittadinanza. È creato inoltre un “Consiglio Mondiale delle Comunità Musulmane”, mirato a coordinare gli sforzi delle Istituzioni delle società musulmane nei Paesi non islamici24. - La “Dichiarazione di Washington per l’unità religiosa” nel 2018, dopo tre giorni di conferenze, organizzate dal Forum per la Promozione della Pace nelle Società Musulmane, che radunano 400 leader musulmani, cristiani ed ebrei di tutto il mondo. È raccomandata la protezione delle minoranze religiose25. - Il Summit Mondiale della Tolleranza, sempre nel 2018, a Dubai, raduna 1000 leader governativi e religiosi provenienti da ogni parte del mondo e ha come tema il pluralismo26. - La “Carta di Mecca” nel 2019, sottoscritta dai rappresentanti di 139 Paesi su iniziativa della Lega Musulmana Mondiale. La Carta difende la pari dignità tra i credenti di tutte le confessioni religiose, affermando che tutte le religioni propongono, tra i loro principi, la tolleranza, la pace, la misericordia e il rispetto delle differenze religiose.
Firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar Ahmad alTayyeb il 4 febbraio 2019, è un breve documento profetico assai importante per il dialogo interreligioso – in particolare per il dialogo islamo-cristiano – sia per il metodo sia per il contenuto. 1. Per il metodo: due personalità di grandissima autorità e autorevolezza, legate da reciproca stima e amicizia, si sono impegnate in prima persona e a nome dei rispettivi fedeli27 a lavorare “insieme” e a proporre passi concreti per raggiungere la pace e la convivenza; i due firmatari si sono fondati sulla comune fede in Dio e sugli elementi condivisi, in particolare sulla creazione, che rende tutti gli esseri umani uguali di fronte al Creatore e quindi fratelli tra loro28; a conferma di ciò, inoltre, essi non riportano nessuna citazione esplicita dei rispettivi testi fondatori (Bibbia e Corano): da una parte per non creare possibili conflitti di superiorità e dall’altra per sottolineare aspetti comuni delle rispettive tradizioni religiose sui quali costruire rapporti di convivenza e di pace. 2.
Per il contenuto: una valutazione condivisa sulla situazione del mondo con i suoi aspetti positivi e negativi; la proposta di dodici ambiti e situazioni in cui non solo cristiani e musulmani ma credenti di ogni religione, o anche non credenti, possono impegnarsi concretamente in vista della costruzione della pace. A dare il tono a tutto il documento è il folgorante incipit della Prefazione: “La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare”. Si noti che “fede” e “credente” non portano aggettivi, perché sono intesi nel senso dell’atto di fede, dell’apertura e della ricerca di Dio (fides qua creditur), non nell’esplicitazione dei rispettivi articoli da credere (fides quae creditur). Anche l’“altro” non porta alcun aggettivo, in quanto viene inteso come l’essere umano in quanto tale, a prescindere da ogni qualificazione. Il “fratello” viene invece precisato, perché la fratellanza di per sé non è garanzia di rapporti idilliaci (ricordare Caino e Abele!): l’altro è un fratello di cui prendersi cura.
Disamina della situazione contemporanea: se ne apprezzano i progressi scientifici e se ne indicano i fattori di crisi, identificati in “una coscienza umana anestetizzata”, “l’allontanamento dai valori religiosi”, “il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche” e l’“indebolimento del senso di responsabilità”. Questi fattori portano alla “frustrazione”, alla solitudine e alla disperazione con due esiti estremi solo apparentemente opposti: l’ateismo e l’agnosticismo da una parte, l’integralismo e il fondamentalismo religioso dall’altra. L’estremismo religioso e il nazionalismo esasperato provocano in tutto il mondo enormi catastrofi umanitarie, tanto che si può parlare di “una terza guerra mondiale a pezzi”. E ancora “le forti crisi politiche, l’ingiustizia e la mancanza di una distribuzione equa delle risorse naturali” generano disastri umanitari terribili, di fronte ai quali “regna un silenzio internazionale inaccettabile”. I rimedi intravisti dal Papa e dal Grande Imam sono due: la famiglia, fonte, culla e tutela della vita mediante l’educazione, per cui gli attacchi alla famiglia sono perniciosi, e la religione, intesa nel suo senso più vero e più giusto, che combatte sia l’individualismo sia l’estremismo. Gli obiettivi della religione, infatti, sono anzitutto di tipo spirituale: credere in Dio e affermare che il mondo è stato creato e dipende da Lui, che ha dato la vita a tutti gli esseri umani, per cui la vita è sacra e nessuno ha il diritto di minacciarla (contro le guerre, i genocidi, il terrorismo, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia); inoltre, le religioni non incitano mai alla guerra, per cui la violenza di stampo religioso è una deviazione, una strumentalizzazione, un abuso. Non è tollerabile che si usi il nome di Dio per giustificare la violenza. Insomma, “Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente” .
3 – il dialogo interreligioso di Monza: lo sport al centro dell'osmosi culturale
Dalla teoria alla pratica, si dice ci sia di mezzo un mare da navigare; a volte calmo e piatto a volte tempestuoso e poderoso ma, come ogni cosa giusta da fare, il Governo della nave deve affrontare ogni condizione per arrivare all'obiettivo strategico, secondo i crismi (mai parola fu più giusta) che rendono sempre più possibile una convivenza pacifica tra le culture, in ogni luogo, in ogni tempo e secondo il rispetto di ogni loro declinazione: il culto religioso è forse il più intimo aspetto soggettivo di ogni individuo ed astrarlo o standardizzarlo attraverso una ritualità condivisa, all'interno di una società prossima alla multietnicità, risulta sempre più complesso e rischioso di risentimenti e rigurgiti fondamentalisti ai quali non si deve lasciare spazio.
Se quindi intervenire sulla rotta dell'inclusione in maniera diretta può dare adito ad alcune esclusioni, un reale massimo gradi di inclusività, passa attraverso il dialogo giovanile, ovvero quella fascia d'età che porta in dote meno retaggi nazionalisti, apre la propria Natio alle altre secondo princìpi di gioia e felicità e che, per dimostrazione quotidiana, non vede differenze nelle pratiche giornaliere in merito a colore della pelle, abbigliamento e culto religioso: quale può essere una chiave di apertura verso la sana competizione e non che volga alla stessa in modo oppressivo?
Lo sport.
Nel capoluogo brianzolo, la promozione dello sport inclusivo e interculturale si manifesta attraverso eventi focalizzati sulla coesione sociale e il dialogo, piuttosto che su incontri specifici di preghiera interreligiosa; iniziative chiave includono il progetto "Sport Senza Confini" (13-14 settembre 2025) per giovani con disabilità, la Coppa Alberto Giove (torneo internazionale di basket U15), e la festa dello Sport City Day. Questi ed altri eventi, utilizzano lo sport come strumento per unire comunità diverse e promuovere la cultura dell'accoglienza e della collaborazione che, nonostante richiamanti riti e simboli differenti, danno concreto spazio alla creazione di una socialità condivisa ed attenta ad aspetti culturali individuali: un dialogo che inizia con il rispetto delle regole condiviso tra tutti (le regole degli sport), propone un dialogo inizialmente attuato su un campo sportivo ma che sicuramente trova proseguimento in altri ambiti, che “forza” il rispetto dell'altrui pensiero e dell'altrui persona in quanto tale, vivente e portatrice di pensiero, a prescindere da ciò che la stimola a muoversi in una certa direzione piuttosto che un'altra, poiché tutti i pensieri, le ideologie, le differenze e le peculiarità rimangono all'interno del perimetro delle regole, imparate in un luogo e traslate in tutti gli altri.
Tutto rimane all'interno della Democrazia.

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