Comparse solo semplici comparse, è questo il ruolo che svolgono oggi le migliaia di immigrati che sbarcano sul territorio italiano. E' il gioco della propaganda politica, della mercificazione del terrore. La comunicazione violenta, terribile, dal finto volto umanitario.
E loro ne sono la merce, ammassati per giorni in condizioni disumane, proiettati in migliaia di famiglie da ostentare come identikit del pericolo. Abbiamo assistito impotenti alla costruzione di un grande set cinematografico in quel di Lampedusa, per l'ennessimo spot elettorale del governo a marca leghista.
Con il pronto intervento dietro l'angolo in attesa della fine dell'ultima ripresa.
C'è pure il cestino del pranzo, ma non per tutti, i riborsi spesa offerti dal ministero degli esteri, le navi che arrivano, i pulman che partono, fino alle fantasiose promesse ai residenti per il disturbo arrecato.
Gli stessi residenti che con dignità e altruismo hanno dato conforto a molti di questi migranti. Prima che qualcuno li spingesse ad indignarsi. Ora il set è spento e le comparse trasferite in un campo di detenzione. Li non si fanno spot, non'è bello, non'è umano. Li c'è il pericolo sotto controllo, l'esaltazione della sicurezza , il tuo poter dormire tranquillo. Sacchi di stringhe e di cinture sono gli emblemi del successo. E l'onorevole opulenza si esalta, si riempie la bocca con i numeri, sfida l'Europa che ci guarda con sconcerto. La disperazione non'è una forza di invasione, la povertà non'è un arma di offesa, la difesa della vita un diritto da rispettare. La storia ci racconta di un Piemonte che, impreparato, seppe sviluppare un tessuto urbano, conseguente ad un fenomeno di migrazione di massa dalle regioni del sud. Storia vecchia, che qualcuno vorrebbe cancellare.
Ma c'è anche una parte di storia che non si può dimenticare, dove allora come oggi vi erano dei disperati pronti a lasciare la loro terra e la loro famiglia, c'era un viaggio in nave pagato a caro prezzo, un sogno, una speranza di una terra migliore. Erano i nostri nonni, i nostri padri, i nostri concittadini. E questo è quello che pensavano di loro i governanti dell'epoca.
Così per riflettere, per non dimenticare, tanto più che c'è sempre qualcuno più a nord di noi. (Canton Ticino per chi legge)
Da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912:
“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.
