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Cavour_agricoltoreCon l'approssimarsi del 150° anniversario dell'Unità d'Italia si infittiscono le iniziative per celebrare la ricorrenza. E' di giovedì 3, ad esempio, la conferenza con cui Salvatore Carrubba ha ricordato l'opera di Cavour nella realizzazione del progetto risorgimentale.

L'iniziativa, organizzata da Novaluna al Binario 7 ed inserita in un più vasto programma di manifestazioni, è stata premiata dalla presenza di un folto pubblico.

Carrubba ha impostato la conferenza in modo molto originale, illustrando le fasi cronologiche dell'azione politica di Cavour servendosi delle caricature che i vignettisti del tempo hanno periodicamente dedicato allo statista.

Ha parlato innanzitutto della sua formazione, svoltasi tra ambienti della nobiltà terriera della provincia piemontese e l'accademia militare di Torino. Benché l'ambiente di provenienza fosse piuttosto conservatore, Cavour si appassionò resto alle idee degli economisti inglesi e francesi, alcuni dei quali conobbe personalmente. Assorbì così le idee liberali che applicò in seguito in economia e in politica.

Su questo Carrubba ha insistito abbastanza: questa "base" diede a Cavour la statura culturale per parlare da pari a pari con i grandi statisti europei.

Convinto della necessità di esercitare un ruolo di servizio per il suo paese, ancora giovane si dedicò allo sviluppo dell'agricoltura nelle sue proprietà ed all'amministrazione del suo paese.

Propedeutica alla sua entrata in politica fu la scrittura di una serie di saggi sui progressi dell'industrializzazione e del libero scambio (il suo modello era l'Inghilterra), tesi che apparvero alquanto ardite in un contesto europeo generalmente protezionistico.

Dalla sua Cavour aveva però il successo delle sue riforme innovative.

Cardini del suo pensiero erano il progresso e la libertà economica, come interesse di tutte le classi sociali, collocate in un contesto di nazionalità.

Diventa deputato al Parlamento Subalpino nel 1948, dopo la promulgazione dello Statuto Albertino e la sfortunata conclusione della 1. Guerra d'Indipendenza.

Nei dieci anni che seguono è di volta in volta oppositore o sostenitore dei governi che si succedono: in ogni caso è favorevole al conflitto con l'Austria ed è contro le correnti radicali del parlamento.

Al termine della 2. Guerra d'Indipendenza Cavour e i suoi sostenitori si trovano in maggioranza nel Parlamento ed hanno così la possibilità di introdurre le riforme in cui credono, prime tra tutte quelle che aboliscono i privilegi del Clero in Piemonte, scatenando la reazione della chiesa locale e del Papa.

Ricordo che la Chiesa, al tempo, esercitava il potere temporale nello Stato Pontificio ed era piuttosto allineata con i regimi più "conservatori" d'Europa, nella gestione dei suoi sudditi (sarà un caso ma le cosiddette regioni rosse, Emilia-Romagna, Marche, Umbria, con l'aggiunta della Toscana che era Stato confinante, facevano parte di quello Stato). Comincia così il conflitto che avrà la fase culminante con la presa di Porta Pia nel 1970. Anche questo è un punto su cui

Carrubba si è soffermato, facendo comunque discendere il rigido atteggiamento anticlericale di Cavour sempre dai suoi principi liberali.

Prima di diventare Presidente del Consiglio Cavour fu responsabile di vari ministeri, Agricoltura e Commercio, della Marina e delle Finanze, apportando le sue idee e scontrandosi con i conservatori "annidati ovunque".

Nel 1952 gli fu affidato l'incarico di Capo del Governo e i successivi nove anni, quelli che lo separano dalla sua morte, saranno per lui intensi e tumultuosi: ci saranno la guerra in Crimea, la continuazione della politica anticlericale, i successi in politica estera nell'ottica anti austriaca, la progressiva riunificazione degli stati italiani sotto la corona di Vittorio Emanuele II, come ci hanno insegnato i libri di storia.

Carrubba, di questa fase, ha sottolineato i rapporti non sempre facile con gli altri due eroi del Risorgimento, Mazzini e Garibaldi.

Di Mazzini, da uomo realista e prudente qual era, temeva la carica repubblicana e rivoluzionaria, pur apprezzando la diffusione culturale del concetto di nazione Italia. Insomma credeva più nella diplomazia che nella violenza.

Nei confronti di Garibaldi nutriva allo stesso tempo ammirazione e diffidenza: ne ammirava il coraggio e la capacità di trascinatore, ma, sempre in base al suo realismo, temeva che il romanticismo e il candore del Generale sconvolgessero i suoi disegni.

E in effetti non mancarono occasioni di scontro, anche questo peraltro ben riportato nei già ricordati libri di storia.

Una bella serata per rinfrescare uomini e fatti di uno dei periodi più significativi della nostra storia.

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