
Di seguito l’intervento della consigliera Sarah Brizzolara riguardo alla mozione sui Corpi Civili di Pace Europei, approvata all’unanimità dal Consiglio Comunale di Monza.
Oggi portiamo in quest’aula una mozione che parla di Europa, di guerra, di strumenti politici; ma, prima ancora, di persone, di vite concrete. Di ciò che accade quando la politica arriva tardi, o quando arriva solo con una parte delle risposte.
Nel 1995, mentre l’Europa guardava sgomenta a ciò che accadeva nei Balcani, Alexander Langer lanciava una proposta tanto semplice quanto radicale: creare un Corpo Civile di Pace Europeo.
Non un esercito, ma una presenza. Non armi, ma competenze. Non deterrenza, ma relazione.
Quella proposta nasceva da una consapevolezza lucidissima: la pace non si improvvisa quando la guerra è già esplosa. Si prepara prima. E si costruisce dopo. Con pazienza, con continuità, con persone formate e dedicate.
Sono passati trent’anni. E quella intuizione è rimasta incompiuta. Nel frattempo, l’Unione Europea ha fatto passi avanti: ha sviluppato missioni civili, ha riconosciuto il ruolo delle organizzazioni non governative, ha costruito una dimensione civile nella propria politica di sicurezza e difesa. Eppure, manca ancora qualcosa di decisivo: uno strumento riconoscibile, strutturato, capace di incarnare in modo coerente e visibile l’impegno europeo per la pace.
Manca, in altre parole, la scelta politica di fare della costruzione della pace una priorità operativa, non solo dichiarata. E, intanto, la storia non si è fermata.
La guerra in Ucraina – che non nasce nel 2022, bensì affonda le sue radici negli anni precedenti – è oggi una delle ferite più profonde del nostro continente. Una ferita che interroga l'Europa non solo su come reagire, ma su come prevenire, su come accompagnare, su come ricostruire.
Di fronte a questa tragedia, l’Europa ha fatto molto. Tuttavia, non ha ancora fatto tutto ciò che potrebbe.
Perché la sicurezza non è solo protezione armata. La sicurezza è anche capacità di ridurre le tensioni, di costruire fiducia, di intervenire nei conflitti prima che diventino irreversibili.
È presenza civile. È ascolto. È relazione.
Ed è qui che i Corpi Civili di Pace Europei diventano non solo utili, ma necessari.
Non sono un’idea astratta o ingenua. Sono uno strumento concreto, già pensato e in parte sperimentato: persone preparate alla mediazione, alla gestione nonviolenta dei conflitti, al sostegno delle comunità colpite dal trauma, alla difesa dei diritti umani, alla ricostruzione del tessuto sociale. Persone capaci di stare nei territori non come osservatori esterni, ma come parte di un processo condiviso.
E permettetemi, a questo punto, di uscire per un momento dal piano generale. Quando si entra davvero nei luoghi della guerra, si scopre qualcosa che nessuna analisi geopolitica riesce a restituire fino in fondo: la prossimità. Non la distanza.
Sotto quei cieli ci sono le nostre stesse nuvole. Le stesse paure, le stesse speranze, la stessa quotidianità spezzata.
Quello che cambia non è l’umanità. È la condizione in cui quella umanità è costretta a vivere.
A ottobre, nella missione di Pace a cui ho partecipato in Ucraina, ho incontrato persone che non chiedevano risposte ideologiche. Chiedevano di non essere lasciate sole. Chiedevano qualcuno che restasse, che ascoltasse, che aiutasse a ricostruire legami, fiducia, normalità.
Chiedevano Europa. Ma un’Europa capace di essere presenza, non solo posizione.
È profondamente significativo che proprio dalla società civile ucraina arrivi con forza la richiesta di istituire i Corpi Civili di Pace. Non è una visione calata dall’alto. È una domanda che nasce dall’esperienza diretta della guerra.
Ed è proprio questo il punto: la pace non è un evento. È un processo. E come ogni processo, ha bisogno di strumenti adeguati.
In questo senso, è importante ricordare anche il contributo di David Sassoli, che nel promuovere la Conferenza sul futuro dell’Europa ha voluto rimettere al centro il ruolo dei cittadini, anche su temi cruciali come la pace e la sicurezza. Non come spettatori, ma come protagonisti.
Questa mozione si colloca esattamente in quella direzione: rafforzare la dimensione democratica e partecipativa delle scelte europee e, allo stesso tempo, dotare l’Unione di strumenti più completi perché oggi il rischio è evidente: pensare che la risposta ai conflitti possa essere una sola. Che basti un unico tipo di strumento.
Ma la realtà è più complessa. E richiede una strategia multilivello.
Accanto alle sanzioni, accanto al sostegno militare, accanto agli interventi economici, devono esistere strumenti civili, culturali, sociali. Devono esserci spazi di mediazione, percorsi di riconciliazione, processi di ricostruzione.
Senza questi elementi, la pace rischia di essere solo una tregua. Fragile. Temporanea.
Con questi elementi, invece, può diventare qualcosa di più duraturo. Più giusto. Più umano.
Questa mozione non pretende di risolvere un conflitto globale. Sarebbe irrealistico. Fa però una cosa che, in politica, è tutt’altro che secondaria: indica una direzione chiara, afferma una priorità, chiede coerenza tra i valori dichiarati e gli strumenti adottati.
Chiede alle istituzioni europee di compiere un passo che è già stato pensato, discusso, riconosciuto come necessario: istituire finalmente i Corpi Civili di Pace Europei.
E chiede anche di riaprire uno spazio di confronto pubblico, attraverso una nuova Conferenza dei cittadini sulla pace e la sicurezza, nello spirito promosso da David Sassoli.
Perché la pace non può essere delegata. Deve essere condivisa.
In fondo, la domanda che questa mozione pone a tutti noi è semplice, ma decisiva: che tipo di Europa vogliamo contribuire a costruire anche dal livello locale? Un’Europa che interviene solo quando le crisi esplodono o un’Europa che lavora per prevenirle e trasformarle? Un’Europa che si limita a reagire o un’Europa che prova ad accompagnare i processi, a costruire relazioni, a stare accanto alle persone?
Io credo che abbiamo la responsabilità – e l’opportunità – di scegliere la seconda. E di farlo con uno sguardo realistico, ma non rassegnato. Con strumenti concreti, ma anche con una visione.
Perché la pace, se vogliamo che sia qualcosa di più di una parola, ha bisogno di essere organizzata, preparata, sostenuta. E perché, davvero, sotto ogni cielo, anche quello attraversato dalla guerra, ci sono le nostre stesse nuvole.

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