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Il-tempo-senza-lavoroNelle scorse settimane  è terminato il secondo ciclo di lezioni di italiano per migranti organizzato dall’Associazione Diritti Insieme, istituita presso la Camera del Lavoro Cgil di Monza e Brianza.

Avviata come sperimentazione lo scorso anno, quest’anno la scuola è andata a pieno regime, seguendo la programmazione classica da anno scolastico: organizzata su due quadrimestri  e con un’offerta in grado di coprire sia le esigenze di chi è principiante assoluto, sia di chi si colloca su un livello A2.

Per favorire al massimo la presenza, e tenendo conto delle esigenze lavorative e familiari degli allievi, sono stati realizzati turni sia mattinieri che serali. Alcuni dei partecipanti ai corsi di A2 hanno sostenuto il relativo test di esame presso il Ctp di Monza o quello di Desio (con il quale l’Associazione Diritti Insieme ha stipulato una convenzione) con ottimi risultati.

Più di cento le persone che hanno preso parte ai corsi, provenienti da diversi paesi: Cina, Marocco, Bangladesh, Albania, Romania, Ucraina, Perù, Argentina, Ecuador, India, Indonesia, Senegal, Togo, Bolivia, Filippine, Mali, Sudan.

Tutto ciò è stato possibile grazie all’impegno e alla tenacia di Luciana Spagnoli (presidente dell’associazione) e dei nostri “preside” e vice-preside”: Bruno Ravasio e Roberto Salvioni.

Proprio Bruno Ravasio, ex segretario generale della CdL e anima instancabile del progetto ha scritto: “la scuola si è sviluppata in un vero e proprio laboratorio in cui la lingua italiana è stata occasione di scambio di conoscenze fra i diversi mondi di appartenenza. Questo, del resto, è lo scopo del nostro progetto: favorire, in un ambito come quello della Cgil che già offre servizi e tutela, un luogo di interazione (preferiamo anche noi, con don Ciotti, questo termine a quello di integrazione) fra la nostra cultura e le altre che ormai appartengono all’Italia”.

Maurizio Laini, segretario generale, ci ricorda che quest’anno la Camera del Lavoro di Monza e Brianza compie 120anni e che una della prime iniziative che assunse nel 1893 fu quella di allestire corsi per insegnare ai lavoratori a leggere e a scrivere. Come avrebbero fatto, sennò, a difendersi, se non avevano voce, se non avevano strumenti culturali per capire, per interpretare le cose che di loro venivano scritte? Come facevano a confrontarsi con le parole dei padroni se non avevano parole? “Se nel 2013 ci sono fasce di lavoratori che hanno bisogno di acquisire gli strumenti, le parole, di un’altra cultura e di un’altra lingua per difendersi o proporsi, bene, costruiamo i luoghi dove questa voce la possano trovare e far sentire”.

Questa la dimensione quantitativa e se vogliamo politica dell’iniziativa, ma poi ce n’è una più emotiva e affettiva, che riguarda un po’ tutti noi volontari che con diversi gradi di responsabilità e coinvolgimento lavoriamo nella scuola. Come “insegnante del giovedì” mi viene spontaneo guardarmi indietro e chiedermi cosa ho fatto in questi mesi, cos’hanno imparato i “nostri studenti”, quali traguardi abbiamo raggiunto insieme.

Anzi tutto, hanno imparato a scrivere, a esprimersi in una lingua diversa: per raccontare, per descrivere, per farsi conoscere davvero. E poi hanno iniziato a parlare, a conversare: a scambiare pensieri, impressioni, idee, ricordi.

Ho lavorato con un gruppo piccolo di persone e questo mi ha permesso di creare un clima che favorisce la partecipazione e che stimola ciascuno a esprimersi. Sono stata molto aiutata anche da Mariuccia, che come volontaria mi ha affiancata durante tutto il percorso e che ha seguito passo passo chi manifestava qualche difficoltà.

Abbiamo lavorato tanto: sulla grammatica, sul lessico, sull’ortografia, sulla comprensione degli annunci economici, sulla scrittura di un curriculum. Abbiamo anche “giocato”, però! Abbiamo ascoltato musica da Youtube e abbiamo cantato. In classe ho visto nascere amicizie, costruirsi legami, scambiarsi i compiti. Qualche volta è uscita anche la battutina spiritosa… in italiano! Ci siamo anche scambiati ricette di cucina e abbiamo imparato un po’ di geografia.

Oggi io conosco meglio il Bangladesh e l’Indonesia; chi non ha viaggiato molto in Italia sa com’è fatta la Torre di Pisa o la Mole Antonelliana. Ne è consapevole Armela, studentessa albanese che in un suo compito ha scritto: “Questa per me è una esperienza bella perché, oltre a imparare la lingua, si imparano le cose da persone di culture diverse e questo è utile per crescere i nostri figli in una società ormai multietnica”.

In questi mesi ho imparato a conoscerli bene a uno a uno, i nostri studenti, con le loro storie, le loro provenienze così diverse e la loro vita qui, così differente e così uguale a quella di tanti - e di tanti noi italiani.

“Lavoro, non c’è lavoro”: questa la frase che più ho sentito ripetere e questa la cosa che più mi ha fatto sentire impotente. Lo ha scritto Abdelaziz in una lettera a un amico: “Io sono in Italia ormai da un anno e otto mesi e sto bene. In questo periodo ho lavorato solo 5 mesi”. È la storia di quasi tutti quelli che frequentano il nostro corso, tanto che quando sono assenti speriamo sia perché hanno trovato un lavoro.

Ho pensato all’assurdo sacrificio di persone che lasciano il loro paese e le loro famiglie, che si trovano in un luogo totalmente diverso (“bellissimo” come loro dicono sempre, ma anche duro e incomprensibile), mosse dalla speranza di una vita migliore... per cosa? Alcuni di loro si chiedono se sia meglio rimanere qui o cercare fortuna altrove. Eppure, eccoli, ogni giovedì mattina, con il libro, il quaderno, le loro domande e quella qualità che noi stiamo dimenticando: la dignità.

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