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usa questione mediorientale0 – La superpotenza: cenni storici.

Nati nel 1776 da una rivoluzione contro il dominio coloniale britannico, gli Stati Uniti, con la loro Costituzione federale e il loro sistema politico, hanno dato vita al primo grande esperimento democratico della storia moderna e sono diventati nel corso di poco più di un secolo una delle prime potenze economiche mondiali. Lacerati da una drammatica guerra civile negli anni Sessanta del 19° secolo, sono stati poi proiettati verso uno straordinario sviluppo. Hanno giocato un ruolo crescente e poi primario nella storia dell’ultimo secolo: dapprima all’epoca delle due guerre mondiali, quindi nell’età del bipolarismo e della guerra fredda, e infine, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, nella cosiddetta era della Globalizzazione.

Abitato prima dell’arrivo degli europei da tribù indiane solo in parte sedentarie, il territorio degli attuali Stati Uniti fu raggiunto tra il 1497 e il 1498 da Giovanni Caboto, che scoprì le coste atlantiche dell’America Settentrionale. Pochi anni più tardi, nel 1513, furono gli Spagnoli a raggiungere le coste della Florida. Seguirono ancora i Francesi che, con Giovanni da Verrazzano, tornarono a esplorare nel 1523-24 le coste atlantiche del Nord. I primi insediamenti europei iniziarono a costituirsi nella seconda metà del 16° secolo; protagonisti della colonizzazione furono gli Spagnoli, i Francesi, gli Olandesi e soprattutto gli Inglesi, i quali nel corso del Sei-Settecento giunsero a controllare gran parte delle regioni della costa orientale emarginando progressivamente le grandi potenze rivali. In questo processo – in cui giocarono un ruolo assai importante i coloni puritani fuggiti dalla madrepatria per sottrarsi alle persecuzioni religiose (puritanesimo) – rappresentò infine uno snodo decisivo la guerra dei Sette anni (1756-63), che riconobbe alla Gran Bretagna il dominio su gran parte del paese ai danni di Francia e Spagna.

All’indomani della guerra dei Sette anni si aprì un grave contrasto tra i coloni inglesi e la madrepatria, destinato ad approfondirsi in modo irreparabile nel corso del decennio successivo. Originato dall’oppressiva politica fiscale e commerciale della Gran Bretagna, esso diede origine alla Rivoluzione americana e portò nel 1776 alla dichiarazione di indipendenza delle tredici colonie e alla nascita degli Stati Uniti. Questi sviluppi provocarono una guerra con i Britannici che si concluse nel 1783 con il riconoscimento da parte della Gran Bretagna dell’indipendenza e della sovranità degli Stati Uniti, i quali poterono contare durante il conflitto sul sostegno della Francia, della Spagna e delle Province Unite; organizzata dapprima in senso confederale, vale a dire come una unione di Stati che mantenevano una sostanziale sovranità e autonomia, la nuova entità politica si diede nel 1787 una Costituzione di tipo federale, entrata in vigore nel 1789, rafforzando in tal modo le prerogative del potere centrale a scapito di quelle dei singoli Stati. La nuova Costituzione, tuttora vigente pur con alcuni importanti emendamenti, trovò la sua più ampia giustificazione teorica in un testo classico delle dottrine politiche contemporanee, Il federalista, scritto tra il 1887 e il 1888 da James Madison, Alexander Hamilton e John Jay. Il nuovo Stato sorto nel 1776 e poi rimodellato dalla Costituzione federale costituiva una straordinaria eccezione rispetto ai modelli dominanti in Europa. Si trattava infatti – anche per effetto della peculiare forma assunta sin dall’origine dalle colonie britanniche in America – di uno Stato privo di gerarchie nobiliari e di ceto, basato sull’idea di una sostanziale eguaglianza dei diritti dei cittadini, sulla libertà politica e religiosa, sulla separazione tra Stato e Chiesa, e su una forte tradizione di autogoverno. Contrastava con questo quadro il permanere dell’istituto della schiavitù, che rimase alla base della struttura economica e sociale degli Stati del Sud, fondata su grandi piantagioni amministrate da una aristocrazia fondiaria di sentimenti conservatori e razzisti. Con l’entrata in vigore della Costituzione, la quale istituiva un sistema politico di tipo presidenziale, fu eletto primo presidente degli Stati Uniti George Washington (1789-97). Gli succedettero al vertice del potere, nel quadro di complesse divisioni politiche, sollecitate anche dagli sviluppi della storia europea nell’epoca della Rivoluzione francese e di Napoleone, altre eminenti personalità dell’epoca rivoluzionaria: John Adams (1797-1801), Thomas Jefferson (1801-09) e James Madison (1809-17).

Tra la fine del Settecento e gli anni Sessanta dell’Ottocento gli Stati Uniti andarono incontro a fondamentali trasformazioni. Essi ampliarono innanzitutto il proprio territorio attraverso la graduale colonizzazione delle regioni dell’Ovest, facendo avanzare la frontiera – un vero e proprio mito dell’identità nazionale americana – verso le coste del Pacifico, travolgendo e disintegrando le comunità degli Indiani d’America (pellirosse) molto spesso facendo ricorso a drammatiche violenze e a vere e proprie guerre di sterminio (Far West); in questa marcia verso le loro attuali dimensioni continentali, gli Stati Uniti liquidarono anche gli ultimi residui della presenza europea con l’acquisto della Louisiana dalla Francia (1803), della Florida dalla Spagna (1810), dell’Alasca dalla Russia (1867). Dopo uno sfortunato conflitto con la Gran Bretagna nel 1812-14, altri importanti territori, quali per esempio il Texas, la California e il Nuovo Messico, furono acquisiti attraverso la guerra contro il Messico del 1845-48. Un’altra caratteristica dello sviluppo statunitense di questi decenni fu la scelta di tenere lontano il paese dagli affari europei e dai conflitti rovinosi che caratterizzavano i rapporti tra le grandi potenze del Vecchio Mondo. Fissata con chiarezza già da Washington, questa strategia isolazionistica divenne nel 1823 una duratura dottrina della politica estera americana con il presidente James Monroe (1817-25), che mise peraltro in guardia le potenze europee da qualsiasi tentazione di ingerenza negli affari americani.

Negli ultimi decenni del 19° secolo gli Stati Uniti conobbero un periodo di grandissima espansione economica, nel segno di un processo di industrializzazione che portò il paese alla testa del capitalismo mondiale. Questa crescita eccezionale ebbe molteplici conseguenze: attirò enormi masse di emigrati dall’Europa e dal resto del mondo, trasformando il paese in quel tipico crogiuolo di razze che esso è poi rimasto sino ai nostri giorni; diede un enorme potere economico e sociale alle grandi aristocrazie degli affari e dell’industria; e suscitò a più riprese diverse forme di reazione delle classi medie e popolari; a differenza di quanto avvenne in Europa, negli Stati Uniti non si radicò una forte tradizione socialista. In questa fase furono piuttosto la breve ma significativa esperienza del Partito populista negli anni Novanta del 19° secolo, insieme alla nascita e allo sviluppo di un forte movimento sindacale e poi il progressivismo del presidente Theodore Roosevelt (1901-09) a interpretare la richiesta di un ordine politico maggiormente sensibile alle esigenze dei ceti popolari e della giustizia sociale contro lo strapotere delle oligarchie dominanti. Nel frattempo, e sempre sulla base della loro straordinaria crescita economica, gli Stati Uniti entrarono nell’arena dei grandi conflitti imperialistici e, in seguito a una guerra con la Spagna (1898), si appropriarono di Puerto Rico e delle Filippine, stabilendo una sorta di protettorato su Cuba. Essi rivendicarono anche i propri interessi in Cina.

All’indomani della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si affermarono come la prima potenza mondiale, insieme all’Unione Sovietica, che però aveva patito immense distruzioni umane e materiali. Attraverso il piano Marshall (1947), essi ebbero un ruolo fondamentale nella ricostruzione dell’Europa occidentale dopo il conflitto e continuarono in seguito a esercitarvi una indiscussa egemonia: le relazioni con l’URSS, dopo l’alleanza in funzione antinazista durante il conflitto, si fecero immediatamente assai tese, con rilevanti effetti anche sul clima interno, che fu investito da un’ondata di isteria anticomunista (il cosiddetto maccartismo) che raggiunse il culmine nella prima metà degli anni Cinquanta. Ebbe così inizio, a partire dal 1946-47, la cosiddetta età bipolare, età della guerra fredda e di un confronto ininterrotto – seppure costellato da diverse fasi di distensione e di coesistenza – tra le due superpotenze e i loro rispettivi blocchi a Occidente e a Oriente, contrapposti militarmente nella nato e nel Patto di Varsavia; questo confronto-scontro al tempo stesso ideologico, politico e militare, condotto nel quadro di una spaventosa corsa agli armamenti nucleari, si è protratto sostanzialmente sino al biennio 1989-91, quando l’impero sovietico è entrato in crisi per poi crollare del tutto in modo improvviso e inaspettatamente pacifico. In questa lunga fase, caratterizzata da momenti di gravissima tensione in Europa, nella stessa America Latina (in particolare a Cuba) e nel resto del mondo, gli Stati Uniti si sono trovati coinvolti in diversi conflitti, tra i quali vanno ricordati la guerra di Corea (1950-53) e la guerra del Vietnam (1964-75), risoltasi in una vera e propria disfatta per il paese. Sul piano interno si sono alternati alla presidenza leader democratici e repubblicani: tra i primi, Harry Truman (1945-53), John F. Kennedy (1961-63), Lyndon B. Johnson (1963-69), Jimmy Carter (1977-81); tra i secondi, Dwight D. Eisenhower (1953-61), Richard Nixon (1969-74), Gerald R. Ford (1974-77), Ronald Reagan (1981-89) e George Bush (1989-93). Durante la presidenza di Bush, salito al potere dopo Reagan, che era stato fautore di una politica economica rigorosamente liberista (liberismo) e di una nuova offensiva ideologica, politica e anche militare contro l’Unione Sovietica, è giunta a compimento la disintegrazione dell’impero sovietico. Gli Stati Uniti hanno allora acquisito una posizione di primato incontrastato nel campo politico mondiale. Ha quindi avuto inizio una nuova e complessa epoca della loro storia.

Arrivando ai giorni nostri e precisamente nell'ultimo ventennio circa, gli Stati Uniti sono stati governati da un presidente democratico, Bill Clinton (1992-2000), e da un presidente repubblicano, George W. Bush (insediatosi nel 2001), figlio del precedente presidente Bush. Ormai senza rivali, essi hanno esercitato un ruolo di primo piano nel sistema delle relazioni internazionali, ma in un contesto di crescente disordine mondiale e di una diffusa e, per certi aspetti, incontrollabile conflittualità, soprattutto nei Balcani, in svariate regioni dell’ex impero sovietico e in Medio Oriente. I terribili attentati terroristici dell’11 settembre 2001, che, attuati da gruppi estremistici del fondamentalismo islamico, hanno colpito il World Trade Center a New York e il Pentagono a Washington, hanno posto una sfida assai grave alla ‘superpotenza solitaria’. La risposta americana a questa sfida, che il terrorismo di matrice islamica ha mantenuto ben viva negli anni successivi con nuovi attentati anche in Europa (a Madrid nel 2004 e a Londra nel 2005), ha inaugurato – dapprima con una guerra in Afghanistan (2001) e poi con una guerra contro l’Iraq (2003) – una fase di profonda instabilità nelle relazioni internazionali, dando anche origine, nel biennio 2003-04, a una grave e inedita crisi nelle relazioni tra gli Stati Uniti e alcuni dei maggiori paesi europei, come la Francia e la Germania.


1 – Calvinismo e protestantesimo: la città sopra la collina

La nazione americana nasce da una lettura protestante della Bibbia. Una lettura nella quale il credente, senza mediazione di alcun magistero, applica a sé stesso e al proprio vissuto gli insegnamenti del testo biblico. L'espressione “Sola Scriptura” coniata da Lutero esprime un principio fondamentale del protestantesimo: nel recepire la Parola di Dio il singolo credente non è vincolato da nessuna autorità esterna. Questa concezione del rapporto immediato di qualsiasi credente con Dio costituisce la differenza essenziale tra cattolicesimo e protestantesimo. L’America puritana: il mito della Terra Promessa Il mito americano e stato plasmato da una generazione di uomini fortemente radicati nelle idee protestanti: erano calvinisti e puritani, repubblicani e umanisti. Quando nel 1620, i Padri Pellegrini sbarcarono sulle coste della Nuova Inghilterra, avevano una convinzione e una speranza. Si sentivano “chiamati” a essere il popolo di Dio ed erano convinti di dover collaborare a stabilire il suo regno nel mondo: un regno di libertà, di giustizia, fondato sui principi intramontabili della Parola di Dio. Essi nutrivano la speranza di poter vivere liberamente la propria fede e costruire, sul fondamento della Bibbia, una società nuova, diversa dalle nazioni intolleranti della vecchia Europa, dalle quali erano fuggiti.

Lo studio della Bibbia era alla base della vita di questi coloni. Alla Bibbia fanno riferimento per le scelte quotidiane e per formulare i principi di convivenza sociale. Da essa traggono due concetti che saranno alla base della struttura sociale e della fede. Il primo è il concetto di “patto”. Gli immigrati nel nuovo continente strinsero un patto fra loro e Dio. Chi non aderisce al patto è escluso dalla partecipazione alla vita pubblica. Il secondo è il concetto “millenarista”. La storia dell’umanità è orientata verso un epilogo felice per i credenti: il Secondo Avvento del Cristo promesso dai vangeli (cfr. Giovanni 13:1-4). Dio ha previsto un tempo nel quale, al di là degli sforzi degli uomini, verrà egli stesso a istituire definitivamente il suo regno. Questo concetto ha animato nei secoli la speranza di tutti i cristiani e ha determinato ondate successive di fervore spirituale. Esso ha trovato numerosi sostenitori e propagatori in seno al protestantesimo, fra questi anche noi Avventisti.

Con le generazioni successive, la tensione spirituale dei primi coloni del Nuovo Mondo si affievolì. Anzi, per fattori diversi, il fervore religioso e l’ottimismo si raffreddarono: l'arrivo di nuovi immigrati, la diffusione delle idee deiste ispirate dalla Rivoluzione francese e soprattutto le crisi politiche di una nazione in crescita (guerre d’indipendenza e conseguenti difficolta economiche). Per circa tre secoli in America si alternarono periodi di freddezza religiosa e grandi ritorni collettivi alla fede, definiti “Great Awakenings”: grandi risvegli. In particolare, questi fenomeni collettivi caratterizzarono il XVIII e il XIX secolo con due grandi movimenti che vennero chiamati il “Primo Grande Risveglio” intorno al 1740 e il “Secondo Grande Risveglio” nel 1800. Il primo risveglio contribuì ad unificare le credenze religiose delle varie colonie fu un movimento di rinascita protestante che ebbe una grande influenza negli anni dal 1730 al 1750. Le istituzioni religiose tradizionali si opposero al movimento dei predicatori e da ciò originarono una serie di spaccature tra chi, all'interno delle varie chiese, era favorevole al "nuovo" e chi era contrario. Una delle preoccupazioni delle chiese americane per la nuova nazione era la separazione fra Stato e Chiesa che come ben sappiamo è sancita a livello federale (I° emendamento e art. VI, 3 della costituzione).

Il secondo risveglio introdusse un nuovo elemento rispetto al primo. Nel primo risveglio i fedeli ascoltavano la predicazione della Parola di Dio ed erano “sorpresi” dal risveglio che ne derivava. Nel secondo risveglio i predicatori provocavano il risveglio attraverso degli “strumenti” e delle tecniche. Sotto l’esperimento della libertà religiosa, il Protestantesimo trionfava e si proponeva come cultura che forgiava la forza religiosa della vita americana. Fra il 1800 e il 1835 il numero degli appartenenti alle chiese si raddoppiò grazie ai risvegli. Congregazionalisti, Presbiteriani ed Episcopaliani avevano dominato la scena delle colonie come chiese ben affermate, ma ora sotto una “libera intraprendenza” i Metodisti e i Battisti si organizzarono. Infatti, questi due gruppi si dimostrarono particolarmente adatti alle condizioni della frontiera americana. Per realizzare questo sforzo i protestanti sostennero il secondo risveglio attraverso diverse organizzazioni di volontariato. In queste associazioni Congregazionalisti, Presbiteriani, Metodisti, Battisti e Quaccheri misero da parte le loro differenze per mettere insieme le energie per uno specifico incarico religioso, focalizzandosi meno sulle credenze e più sul comportamento.

Col termine CALVINISMO si intende oggi un movimento cristiano evangelico sorto nel XVI sec. nell'ambito della Riforma Protestante a seguito dell'opera e della predicazione di Giovanni Calvino. Le chiese che seguono la dottrina calvinista sono spesso chiamate Chiese Riformate. Le aree europee dove il calvinismo ha avuto la maggiore diffusione sono la Svizzera, L’Olanda, la Scozia, l’Ungheria e alcuni principati della Germania. Le chiese calviniste condividono le principali dottrine del cristianesimo e delle altre chiese, in particolare per quanto riguarda l’unità e trinità di Dio e la natura divina di Gesù. Il termine PURITANESIMO designa un movimento sorto nell'ambito del protestantesimo calvinista inglese durante il XVI secolo. Lo scopo di tale movimento era, appunto, quello di purificare la Chiesa Anglicana da tutte le forme non previste dalla Bibbia. La teologia puritana era di stampo calvinista e comprendeva la predestinazione e il patto tra Dio e la comunità dei santi visibili, definita come il patto di salvezza promessa ad Abramo da Dio esteso alla comunità dei cristiani. Secondo i puritani la chiesa doveva essere svincolata dal potere politico in quanto Cristo è il solo capo della chiesa. La loro spiritualità era basata sulla valorizzazione dell'interiorità e della morale. Punto principale del Puritanesimo era la suprema autorità di Dio sulle questioni umane, particolarmente nella chiesa, e specialmente come espresso nella Bibbia.

Con il termine PRESBITARIANESIMO si intende quella forma di organizzazione della chiesa che nasce soprattutto dalla riforma calvinista e che prevede l'applicazione del modello del Nuovo Testamento alla comunità cristiana locale. Alla base di questa organizzazione vi sono gli "anziani" o presbiteri, responsabili della comunità cristiana locale, eletti dall'assemblea dei suoi membri. Questa forma organizzativa della chiesa si differenzia dall’ episcopalismo che concepisce sia nella versione cattolica che in quella anglicana il clero organizzato gerarchicamente, come pure dal congregazionalismo che prevede l'assoluta autonomia della comunità cristiana locale.

Il CONGREGAZIONALISMO è una forma organizzativa di alcune Chiese Riformate, soprattutto di origine puritana, diffuse negli Stati Uniti e in Inghilterra i cui aderenti sono organizzati in congregazioni indipendenti da qualsiasi giurisdizione. I principi dottrinali fondanti del congregazionalismo si trovano nella confessione di fede di Westminster, esposizione sistematica del Calvinismo ortodosso influenzato dalla teologia puritana.

Il MOVIMENTO METODISTA è una chiesa evangelica fondata dal pastore anglicano John Wesley nel XVIII secolo. L’intenzione di Wesley era originariamente quella di creare un movimento di risveglio all'interno della Chiesa Anglicana che portasse a una maggiore attenzione agli evidenti problemi sociali della Gran Bretagna all'epoca della rivoluzione industriale, solo in seguito il metodismo assunse i connotati di dottrina indipendente dalla matrice anglicana. La dottrina metodista può essere riassunta in alcuni insegnamenti di Wesley che derivano proprio dal suo impegno pratico verso i diseredati e gli emarginati dalla società: «La rivelazione dell'amore di Dio per l'uomo è una verità interiore che si palesa nell'esperienza della carità umana».

Il BATTISMO è un movimento sorto all’interno del protestantesimo che affonda le proprie radici storiche nel puritanesimo inglese del XVII sec. Esso è così chiamato per la pratica del battesimo dei credenti che è celebrato solo per persone adulte per immersione. I battisti sono una delle principali comunioni di chiese protestanti del mondo. Le chiese battiste non sono nate dalla Riforma protestante del (XVI sec.) ma dal puritanesimo inglese del XVII sec. I battisti rappresentano una delle forme del calvinismo che condivide le affermazioni centrali della riforma protestante.

La giustificazione del peccatore per la grazia di Dio mediante la fede; la Scrittura come unica autorità in materia di fede nella chiesa. 3. Il sacerdozio di tutti i credenti. Afferma, sulla base di Pietro 2:9.

I QUACCHERI, nome con cui è conosciuta la Società degli Amici. Sono i fedeli di un movimento religioso cristiano appartenente al protestantesimo che si concentra sul sacerdozio dei credenti. I membri sono conosciuti come amici, o comunemente come quaccheri. Il movimento iniziò in Inghilterra a metà del XVII sec. quando alcuni predicatori riunirono gruppi di dissidenti inglesi nel desiderio di ripristinare ciò che ritenevano fossero le pratiche della Chiesa primitiva.


2 – Douglas docet
(biografia su Treccani)

Le parole del generale suonarono da monito: “"Chiunque consigli al Presidente di mandare un grande esercito di terra americano in Asia dovrebbe farsi esaminare la testa".

La famosa frase a cui ti riferisci è in realtà una citazione parziale e riadattata nel tempo. Il generale Douglas MacArthur espresse originariamente questo concetto riferendosi solo all'Asia

Il collegamento con il Medio Oriente e la figura del Presidente è diventato celebre molti anni dopo grazie a un discorso ufficiale del Segretario della Difesa americano Robert Gates

L'evoluzione moderna (Medio Oriente)

Il 25 febbraio 2011, parlando ai cadetti dell'accademia militare di West Point dopo i lunghi conflitti in Iraq e Afghanistan, il Segretario della Difesa Robert Gates ha aggiornato la massima di MacArthur pronunciando la frase che oggi circola sul web:

"A mio parere, qualsiasi futuro Segretario della Difesa che consigli al Presidente di inviare nuovamente un grande esercito di terra americano in Asia, in Medio Oriente o in Africa dovrebbe 'farsi esaminare la testa', come disse così delicatamente il generale MacArthur"

Douglas Arthur Mac Arthur Generale statunitense, nato a Little Rock (Arkansas) il 26 gennaio 1880. Nel 1903 uscì dall'accademia di West Point col grado di tenente del genio, e prestò il primo servizio alle Filippine, indi agli ordini del padre, tenente generale, fu destinato in missione a Tōkyō, ove restò fino al 1906. Nel 1913 entrò nel corpo dello S. M. generale; durante la Prima guerra mondiale fu al fronte francese come colonnello capo di S. M. della divisione Rainbow (Arcobaleno), guadagnandosi la "Distinguished Service Cross". Nel 1919 fu nominato comandante della scuola di West Point. Nel 1922 fu di nuovo alle Filippine ove studiò, denunziandoli con profetica lungimiranza, i piani aggressivi del Giappone. Nel 1930, capo di S. M. dell'esercito, diresse una campagna intesa a potenziare le tre forze armate per l'evenienza di un conflitto con Giappone e Germania. Nel 1935-37 fu alle Filippine quale consigliere militare per l'organizzazione di quell'esercito e fu nel 1936 nominato feldmaresciallo delle Isole. Il 26 luglio 1941 fu nominato comandante delle forze americane in Estremo Oriente. Dopo l'aggressione giapponese il M. A. si batté eroicamente, per guadagnar tempo: il suo nome è particolarmente legato alla difesa della penisola di Bataan e del forte di Corregidor, caduto il 6 maggio 1942. Ma per ordine del presidente Roosevelt il M. A. si era portato in Australia, ove, dal 17 marzo comandante delle forze alleate del Pacifico, assunse la direzione delle operazioni, rivolte (fino all'agosto del 1942) a rallentare la marcia dei Nipponici. Questa viene finalmente arrestata con le due battaglie per la Nuova Guinea (luglio-agosto) e le isole Salomone (agosto). Nel 1943 il M. A. iniziò la graduale rioccupazione delle posizioni perdute. Già nel 1944, con la riconquista americana di buona parte delle Filippine, il Giappone precipitò verso la disfatta. Nel dicembre 1944 il M. A. fu 1iominato generale d'esercito (il più alto grado militare degli S. U.) e, imposta il 14 agosto la resa incondizionata al Giappone, fu elevato alle funzioni di comandante supremo alleato per accettare la resa del Giappone, sottoscritta alla sua presenza il 2 settembre, sulla tolda della corazzata Missouri, ancorata nella baia di Tōkyō. Nominato comandante supremo in Giappone, il M. A. ha da allora praticamente in mano il governo del paese.

L'analisi dell'attualità parte dalla antropologia di un popolo e del suo portato storico-psicologico: lo scacchiere internazionale e la prossima mossa degli apparati statali dell'egemone mondiale dipenderebbero da ciò su un piano di razionalità; c'è però quell'elemento -  quegli elementi – ancestrali che sgranano gli occhi a chi osserva secondo un principio di collegamento tra l'immediato passato (o recente che dir si voglia) ed il momento presente che si sottrae al principio di causa-effetto, rientrando in quella che Carl Jung definiva come “sincronicità” tra un prima ed un dopo: nel caso delle mosse americane sullo scacchiere internazionale si assiste all'antitesi della sincronicità, almeno come viene narrata dal Presidente Trump, astuto nel tenere nascoste le carte all'opinione pubblica. L'A-sincronicità si traduce negli errori americani nell'affrontare i loro due grandi nodi dell'era post-moderna delle relazioni internazionali.

Da un lato la competizione con il nuovo antagonista, la Cina e dall'altro la guerra d'Iran.

Dal punto di vista della marcia tattica a stelle e strisce verso lo scontro finale con la potenza a mandorla, si deve dar adito al fatto che stanno commettendo meno errori dei loro competitor trovandosi in una condizione di vantaggio dovuta principalmente a due fattori: il primo esperienziale in ambito di corsa all'egemonia mondiale, il secondo afferente ai problemi interna della Cina, grande, con grandi disparità interne tra tenore di vita della popolazione delle zone costiere e delle grandi città e capacità di progresso delle zone rurali ed interne.

Xi Jinping è impegnato ed impegna lo Stato a colmare queste differenze, o quanto meno a renderle colmabili per chi voglia, investendo in infrastrutture che mettano in collegamento l'interno e le coste del Sol Levante. Tema cruciale che Mao cavalcò all'alba della sua rivoluzione: nell'allora Impero Cinese non vi era alcuna possibilità di mobilità sociale e con la rivoluzione, si azzerarono le differenze dando vita alla base della crescita collettiva con la quale oggi gli americani si preparano a far fronte.

Per quanto riguarda l'oggetto di analisi, gli USA stanno compiendo meno errori perché hanno meno opzioni di scelta rispetto alla Cina, poiché la loro egemonia è salda in quanto garanti della globalizzazione: essa, dal punto di vista logistico può avvenire se i passaggi marittimi obbligati – gli stretti – rimangono aperti a tutti e viene garantito l'attraversamento senza incorrere in scontri armati con qual si voglia fazione nemica del proprio commercio e della crescita economica di chi esporta; tuttavia l'impero a stelle e strisce scricchiola: i dati sulla crescita economica della Cina nel 2025 sono in positivo, ergo, i passi compiuti dagli americani in funzione di erosione della crescita mandarina sono stati fallimentari: dall'elusione della Via della Seta con l'Europa al tentativo di annichilimento finanziario delle monarchie arabe (che cooperano anche con la Cina) per arrivare al congelamento della guerra d'Ucraina volto a trovare una forma di dialogo ed alleanza con la Russia in funzione di isolamento della Cina e, soprattutto, ai dazi contro la Cina stessa, gli americani stanno fallendo, pur trovandosi ancora in vantaggio sulla competizione globale.

Arriva poi la guerra d'Iran.

La potenza persiana, secondo lo spionaggio israeliano ed americano, sta costruendo l'arma atomica: la stessa agenzia internazionale per l'energia atomica dichiara che l'Iran è oggi tra i 6 e 9 mesi dalla realizzazione dell'ordigno anticonvenzionale. Nello statuto dello Stato Islamico vi sono contenuti articoli che propendono chiaramente alla distruzione di Israele, cosa che inquieta alquanto Netanyahu & Co. al punto di dare per certa la realizzazione della bomba e coinvolgere gli Stati Uniti d'America nella neutralizzazione del progetto.

Essere a 9 mesi dalla realizzazione del progetto sta a significare che se da oggi si cominciasse ad arricchire l'Uranio e ad assemblarlo nel modo giusto, si arriverebbe alla bomba entro quel lasso temporale; ma non vi è alcuna certezza che l'Iran lo stia facendo. Di fronte all'escalation di un nuovo conflitto potenzialmente devastante ed all'approccio violento sin dalle prima dichiarazioni, il mondo occidentale europeo si sconvolge e rimane incredulo: sul vecchio continente, dopo 80 anni straordinaria pace e cooperazione, ci si trova letteralmente spaesati dall'irrazionalità di una guerra e dalla prospettiva di prenderne parte. Interviene quindi la razionalizzazione del complotto mondiale, archibugio estremo atto a far tornare i conti della mente per il quale di collocano gli attori della scena irrazionale secondo una sequenza atta a darne altrettanta estrema razionalità. Netanyahu, attraverso gli Epstein Files è in possesso di informazioni scandalose di Donald Trump, ergo lo ricatta, e Trump – uomo pudico e riservato – cede al ricatto invadendo l'Iran per conto di Israele. Naturalmente, al contrario dei media occidentali e di chi non ha tempo per approfondire ed analizzare lo scacchiere mediorientale, anche in via di prima approssimazione, crede alla favola maledetta di una Spectre che sposta la volontà dei volenterosi della pace.

Oltre ciò, scuote le anime dei popoli d'Occidente il quesito sulle motivazioni per le quali gli americani vanno, per la prima volta, in Medioriente a fare una guerra: nell'ordine gli Stati Uniti d'America hanno invaso l'Afganistan nel 2001, l'Iraq nel 2003, bombardato la Libia nel 2006, contrastato l'emergere del terrorismo dell'ISIS in Siria e, per essere certi, sono tornati in Afganistan per contrastare lo Stato Islamico: gli europei si scandalizzano di fronte all'invasione iraniana poiché questa non è motivata (se pur le altre invettive fossero dettate da elementi funambolici) da questioni che risultano minacciose per l'Europa, se non per la minaccia iraniana nel realizzare l'ordigno atomico, che non ha mai detto di voler scagliare contro l'Europa.

La guerra attualmente in atto in Iran è perfettamente razionale per Israele ma non lo è sia per gli Stati Uniti d'America che per l'Europa – il mondo occidentale -, ergo, risulta del tutto irrazionale la mobilitazione USA nel golfo persico.

Vi sono altresì fattori che avrebbero determinato la fine della guerra da tempo se non fosse per l'elemento della Potenza imperialista scalfito dall'insolente Stato Islamico. Va ricordato che le guerre si vincono al raggiungimento degli obiettivi strategici in merito agli ambiti politico e geopolitico: gli americani avevano tre obiettivi da raggiungere in Iran: rovesciare il regime degli Ayatollah, inibire il programma nucleare iraniano e distruggere l'arsenale di armi. Non ne hanno raggiunto nemmeno uno: ucciso Aly Khamenei si aspettavano che il popolo insorgesse invece è stato nominato a guida spirituale suprema il figlio dello stesso, il quantitativo di uranio in possesso dell'Iran è intonso dall'inizio delle operazioni belliche (e posto sotto maggiore sicurezza) e le fonti CIA danno per intatto il 70% dell'arsenale militare iraniano, al contrario di quello americano decisamente eroso e che richiede ingenti investimenti per essere riportato ad un numero di pezzi di vari proiettili e/o mezzi che fungano da deterrenza; un esempio su tutti, attualmente gli americano hanno impiegato circa il 60% dell'arsenale di missili Patriot per intercettare droni Shahed iraniani costruiti con componentistica cinese: i prezzi di produzione sono 27.000 dollari per i droni iraniani al pezzo, 4.000.000 di dollari per un missile Patriot americano. C'è poi da considerare la questione Hormuz: lo stretto del golfo persico, sotto controllo iraniano vede passare circa il 75% dell'approvvigionamento energetico diretto in Asia di cui il 70% per la Cina ma nemmeno una goccia di petrolio o un m3 di gas che va in America; ovvero, gli americani non comprano nulla che passi da Hormuz.

I Pasdaran chiudono con agilità (lo stretto prevede un corridoio di 4 miglia nautiche per il passaggio delle merci) e gli americani reagiscono con estrema istintività quasi come se la cosa fosse un affronto personale: in effetti lo è.

Per meglio comprendere gli eventi che hanno caratterizzato l'attenzione delle cronache giornalistiche, testimoni dell'importanza data dagli americani nel mantenere l'egemonia mondiale, bisogna ponderare la loro azione in Hormuz rispetto al concetto di globalizzazione, ovvero, dal punto di vista ideologico, poter proporre su tutto il globo un oggetto prodotto in un dato luogo.

La rivoluzione globale inoculata dalle stelle si è tradotta e si traduce in strisce che attraversano i mari e per garantire la sicurezza della fluidità del commercio globale bisognerebbe garantire la sicurezza di tutta la parte acquosa del globo ma dato che ciò è tecnicamente e giuridicamente impossibile, controllare la sicurezza della globalizzazione si traduce nel controllare gli stretti marittimi, ovvero quei passaggi obbligati e facili da attaccare da parte delle nazioni che si affacciano su quel tratto di mare.

In formula: l'impero garantisce ai suoi satelliti la sopravvivenza economica e della nazione presidiando i passaggi marittimi delle merci che essi producono ed esportano.

Il “lavoro” della marina militare americana è sempre stato ed è tutt'ora tenere aperti gli stretti marittimi e ci è sempre riuscita in modo esemplare fino a quando i Pasdaran chiudono Hormuz.

Chiudendo lo stretto del Golfo Persico viene minata la stoicità e la performance della marina militare americana, tradotto, i persiani si mettono a fare il lavoro degli americani, ovvero, decidere quando un passaggio marittimo è attraversabile o meno. In questo modo, viene scalfita la concretizzazione della potenza imperialista USA, inaccettabile! A prescindere dal fatto che, da Hormuz, non passa nessuna merce diretta oltre Atlantico.

Qui si spiega l'irrazionalità americana nel condurre una guerra contro un nemico che per loro, non è un nemico: è una questione di potenza, di egemonia e di redenzione dei popoli che non aspirano a raggiungere la città sopra la collina ma...redimere il mondo o permettere alle popolazioni che per loro sono soggiogate e soffocate da regimi autocrati, dandogli la possibilità di creare un nuovo mondo – fatto di persone che devono vivere come si vive negli USA, è più forte di loro!


3 – Conclusioni: è più forte di loro.

I primi coloni americani erano, nella buona sostanza, i fuggiaschi da Re Giorgio I d'Inghilterra, ritenuto troppo accentratore e poco incline ad osservare la realtà di una Nazione a guida monarchica la cui testa stava perdendo il tatto con una realtà che vedeva sempre più la politica in quanto espressione parlamentare della volontà del popolo, prendere piede. Nell'accentrare sempre di più i poteri ed in qualche modo frenare l'impeto della legittimazione popolare, il Sovrano, provocò una vera e propria fuga verso un nuovo mondo, la quale ebbe luogo, dicotomicamente, ricreando il principio calvinista che per maggiore animava lo spirito ecclesiastico della Madre Patria ma dando al nuovo Stato un impianto decisionale che non lasciasse troppi poteri in mano ad una persona sola, come era in Inghilterra.

Oggi, vediamo lo stesso identico portato nell'azione statunitense sia in politica interna che estera: è nell'antropologia collettiva che risiede la genesi dell'irrazionalità, che porta a compiere azioni apparentemente inspiegabili oltremare: tali azioni sono per lo più di guerra e per comprendere tale violenza bisogna ancora una volta guardare ai primi coloni: all'arrivo sulle coste orientali del nord America trovarono di fronte a se una tabula rasa al punto di vista politico-istituzionale e un ambiente ostile dal punto di vista geografico e delle popolazioni indigene che non avevano la minima intenzione di assoggettarsi al neonato Stato. L'espansione ad occidente avvenne a colpi di spada, violenza e uccisioni di massa, nonché in confinamenti coatti delle tribù indiane presenti sulla terra della collina dove i nuovi illuminati dovevano dare vita alla città nella quale anche gli stessi indiani sarebbero dovuti giungere.

L'aspetto ancestrale che vive perpetuo nel subconscio collettivo del popolo a stelle e strisce riecheggia nel presente a prescindere dal colore politico che governa la più grande Democrazia progressista al mondo ma che vive ancorato alla propria origine coloniale.

Il capitalismo e la corsa al danaro chiudono il cerchio: dagli anni '70 del secolo scorso gli Stati Uniti d'America hanno smesso di produrre, smantellato la loro industria e sono via via diventati i compratori di ultima istanza a livello globale; commercio che hanno narrato al pianeta come “globalizzazione”, ovvero come la possibilità anche e soprattutto per loro di comprare ingenti quantità di merci da ogni angolo del Globo, avendo così potere di trattativa economica e, controllando gli stretti marittimi, potere coercitivo qualora il venditore non accetti le condizioni di vendita imposte dal compratore. Tradotto: a noi vendi a prezzo X e ti garantiamo che potrai vendere in tutto il mondo al prezzo Y che vorrai, sempre se a noi ti fermi al prezzo X che è minore del prezzo Y.

La grande razionalità della costruzione delle dinamiche globalizzanti e dei nuovi caratteri dell'egemonia della Potenza per definizione, trovano la loro irrazionalità nelle radici antropologiche della Federazione, ovvero, perseverano nel convincere popoli e civiltà differenti che l'unico modo di stare al mondo è quello che hanno creato loro, secoli addietro e che, prima o poi, tutti arriveranno in cima alla collina: il connubio tra razionalità ed irrazionalità sta nella bilancia tra introiti commerciali e spesa militare, ergo, la guerra d'Iran e le manovre anti-Cina dimostrano come di fronte ad uno sbilanciamento tra globalizzazione ed indottrinamento calvinista stia portando gli Stati Uniti d'America a dover guardare alla propria difesa più che all'offesa nei confronti degli antagonisti sparsi per il Mondo – Cina in testa – ma se pur vero, non bisogna dimenticare che loro saranno sempre gli egemoni poiché per bussare alle porte di casa loro bisogna attraversare Oceani controllati da loro stessi.

Nel 2001, l'11 Settembre, sono stati colti di sorpresa dal cielo, luogo che non ha stretti che non siano i Gate degli aeroporti, dimenticati da loro stessi alle prese con altre priorità orientali di matrice industriale e commerciale; hanno recuperato il controllo degli imbarchi, rinforzato i controlli sui visti d'accesso e sul rilascio di passaporti degli Stati amici poiché gli antagonisti si sono sparsi sulla terra mentre loro pensavano al mare ma si sono distratti in merito alle dinamiche climatiche che stanno sciogliendo i ghiacci di Groenlandia dai quali, tra breve, si aprirà una nuova rotta marittima che porterà il loro vero ed unico antagonista a poche miglia nautiche dalle loro coste: la Russia.

Cina permettendo? ....

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