
Intervento in Direzione Nazionale PD del 23 luglio 2026.
In questi giorni l’Italia si trova nella morsa dell’anticiclone subtropicale “Cerberus”, con temperature che sfiorano i 38-40°C nelle pianure. La Lombardia e la Pianura Padana da cui vengo, in particolare, sono diventate una vera e propria cappa di afa opprimente.
Non si tratta solo di fastidio, ma di un problema serio legato alla salute, al sonno, al lavoro e alla qualità della vita.
Si calcola che nel 2023 in Europa ci siano stati oltre 48.000 decessi legati al caldo e alle sue conseguenze. A preoccupare non sono solo le massime diurne, ma l’effetto “isola di calore urbana” che trasforma le città in forni notturni: le minime a Milano e provincia non scendono sotto i 24-26°C, impedendo alle case di raffreddarsi e al corpo di recuperare.
Tuttavia, questa emergenza climatica non colpisce chiunque allo stesso modo. Il termometro sale per tutti, ma la percezione e l’impatto sulla salute cambiano drasticamente in base al conto in banca.
Oggi l’aria condizionata non è più un semplice comfort, ma uno spartiacque sociale e un vero e proprio strumento di salute pubblica. La classe medio-alta vive e lavora in ambienti climatizzati, può permettersi di mantenere la casa a una temperatura sicura e tollerabile, assorbendo i rincari in bolletta. E può anche scegliere di spostarsi in zone più vivibili della nostra Penisola, almeno per qualche giorno.
Le fasce vulnerabili – anziani, famiglie a basso reddito, lavoratori e le lavoratrici precarie – invece vivono spesso in appartamenti coibentati male, senza impianti di condizionamento o con la paura costante di accenderli per non essere travolti dai costi dell’energia.
Per loro, le “notti tropicali” si traducono in deprivazione del sonno, stress fisico e picchi di malori cardiorespiratori. Questa situazione riguarda il 26% delle famiglie europee, quasi il doppio rispetto al 2012.
In un contesto urbano in cui il verde pubblico è spesso insufficiente per mitigare le temperature estreme, si assiste a una dinamica paradossale: il fresco è diventato un bene commerciale. I soli luoghi accessibili dove trovare tregua dall’afa sono i centri commerciali, i negozi e i bar.
Molte persone, penso specialmente agli anziani o chi non ha un impianto domestico, si riversano in questi spazi non per acquistare, ma per sopravvivere. Il refrigerio è così subordinato alla logica del consumo: il diritto a non soffrire il caldo si sposta dallo spazio pubblico e domestico a quello privato e commerciale.
Questa situazione mette a nudo il legame indissolubile tra transizione ecologica, l’accesso a un costo equo dell’energia e la disuguaglianza, ridefinendo il concetto di povertà energetica e climatica. Se un tempo tale termine indicava l’incapacità di riscaldarsi d’inverno, oggi riguarda sempre più l’impossibilità di raffrescare la propria casa d’estate.
Il caldo estremo non è soltanto un fenomeno meteorologico: è uno specchio delle disuguaglianze che attraversano la nostra società. Quando la possibilità di dormire, lavorare, studiare o semplicemente vivere in condizioni dignitose dipende dal reddito, la crisi climatica smette di essere una questione astratta e diventa una questione di uguaglianza, salute e diritti.
È anche per questo che non possiamo considerate separate la giustizia sociale e la giustizia climatica.
Le ondate di calore che stiamo vivendo ci ricordano che le disuguaglianze del presente e quelle del futuro passano sempre di più dall’accesso all’energia e dalla capacità delle nostre città di proteggere le persone fragili. Ed è su questo terreno che la politica è chiamata a dare risposte all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte.
Bisogna attivare subito politiche urbane conseguenti, come l’aumento degli alberi, i tetti verdi, la creazione di superfici d’acqua che riducano il calore. Deve essere un piano nazionale e non una politica lasciata ai soli Comuni.
Molte esperienze europee ci insegnano che funziona, così come funziona nell’immediato aprire rifugi climatici pubblici e gratuiti come biblioteche e altri spazi che possano dare sollievo a chi ne ha bisogno.

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