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Marco Sala – Pd: il risultato di una squadra, adesso (come prima) tutti con Roberto
Innanzitutto grazie per l’impegno, la passione, la disponibilità, il crederci che TUTTI avete messo in questa campagna elettorale... Leggi tutto
| “Tornim a baita” di G.B.Stucchi |
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(foto di Michele Isman) Mercoledì 23 novembre: una serata voluta in particolare dall'assessore Alfonso Di Lio per ri-presentare le memorie di Giovan Battista Stucchi “Tornim a Baita – dalla campagna di Russia alla repubblica dell'Ossola” ristampate dopo più di trent'anni dal Comune, con la partecipazione dell'Anpi di Monza e Brianza.
Una Sala Maddalena abbastanza piena nonostante la concomitanza di Milan Barcellona… Una illustrazione del libro che si è trasformata in un ritratto dell'uomo Stucchi: “ragazzo del '99” tenentino nella Grande Guerra, appassionato della montagna, avvocato, antifascista ma non militante, capitano degli alpini nella seconda guerra mondiale, dopo la tragica ritirata di Russia e dopo l'otto settembre entra nella Resistenza: "come spesso accade a coloro che hanno camminato a lato della morte e si sono poi trovati al di qua del pericolo, vedevo tutto chiaro, sapevo che la lunga marcia non era finita" scrive nelle sue memorie. Bertazzini, in gambissima con i suoi novant'anni, comincia ricordando il loro primo incontro all'inizio della guerra sul treno Milano Monza dove lui, tenentino di prima nomina, vede salire un capitano degli alpini e scatta sull'attenti salutando, poi si presentano e lui racconta che suo padre era bidello al liceo Zucchi, e Stucchi lo conosceva bene. Questa esibizione delle proprie origini proletarie da parte di un Bertazzini di solito un po' sussiegoso è stata bella e spontanea. Poi racconta di un suo biglietto di complimenti a Stucchi dopo un suo intervento in consiglio comunale di cinquant'anni fa, per dimostrare che le sue affermazioni di ammirazione e di stima non sono retorica. Infine una citazione dal libro: “il Paese più libero è quello che ha meno disoccupati”; applausi a scena aperta. Rosella Stucchi racconta come alla morte del papà Gibì, nel 1980 nell'amata Bellamonte in Trentino, dopo una giornata a funghi ed un grappino serale, la prima parte del libro, quella sulla Russia era completa, mentre la seconda si componeva di parti battute a macchina e di numerosissimi foglietti manoscritti che lei aveva faticosamente composto un po' come un puzzle, magari con qualche ripetizione perché non voleva perdere nulla. Racconta di aver fatto leggere il manoscritto a Nuto Revelli che le aveva suggerito di rivolgersi a Rochat e di come questi si fosse mostrato entusiasta dicendole che era da pubblicare. Poi, dopo la pubblicazione nel 1983, numerose recensioni (22) anche importanti e ne cita diverse:
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